La riforma offre tutti gli elementi per immaginare una realtà diversa. Il punto di vista di un protagonista

Nel presentare la riforma del Terzo settore, Stefano Zamagni dà il meglio di sé come economista (e questo un po’ ce lo aspettavamo) e come istrione (e questa è sempre una sorpresa). Nel senso che con l’eloquio e la verve che lo contraddistinguono, è stato capace di tenere altissima l’attenzione del pubblico sui temi che più gli sono cari. Anche perché tanta parte della riforma è opera sua.

A cominciare dal fatto che l’ente pubblico non è più l’unico che può dire chi può fare del bene e chi no, oggi si riconosce che nella società italiana ci sono delle persone che si mettono d’accordo per fare del bene e che per farlo non bisogna chiedere il permesso a nessuno. Non solo. Si dà riconoscimento giuridico agli enti del Terzo settore che con la riforma sono definiti ETS (e non più ONLUS , termine riferito prettamente ad una legge tributaria).

Ancora. Non basta l’utilità sociale, questa deve essere coltivata sulla base dell’interesse generale, vale a dire che l’azione deve essere rivolta a tutti.

Visibilmente soddisfatto Stefano Zamagni ha illustrato l’introduzione – per la prima volta – del concetto di finanza sociale. L’introduzione di strumenti come titoli di solidarietà, prestito sociale, social bond … avranno una rilevanza notevole per le imprese del Terzo settore anche perché si tratta di titoli garantiti dal un fondo speciale. Vale a dire che, se si sottoscrivono fondi di questo tipo che poi non possono essere resi, ecco il fondo di garanzia che arriva a tutela dei prestatori. Secondo Zamagni questo potrà ridurre il gap che caratterizza gli italiani che donano  metà degli inglesi e un settimo degli americani. Un ritorno all’antico dato che si tratta di strumenti introdotti per la prima volta in Italia tra il 1200 e il 1300. Ma che l’Italia di quel periodo sia un “modello” non è una novità: più volte Stefano Zamagni ha raccontato di come in quell’epoca per il miglior governo della città ognuno era chiamato a fare la sua parte.

L’altra novità importante della riforma è l’introduzione del VIS – Valutazione dell’impatto sociale. Attenzione, si tratta di una valutazione, appunto, non di un giudizio. In questo modo sarà possibile valutare sia la qualità che la quantità dell’operato. Ma non si tratta di dare un valore secondo la logica capitalista. Ogni associazione adotterà il metro di valutazione che riterrà più opportuno per la propria attività. Non solo. La VIS dovrà essere il risultato di un percorso partecipato e democratico realizzato all’interno dell’associazione.

Si apre per l’Italia una stagione nuova, dando concreta applicazione agli articoli 118 e 119 della Costituzione e alla riforma del 2001 che ha introdotto il principio di sussidiarietà circolare. Altro elemento importante dato che, fino ad ora, c’era solo il modello dicotomico pubblico / privato. Ora c’è anche il Terzo settore. Quindi tra dover scegliere il fine lucrativo o il fine pubblico c’è la terza possibilità: la finalità del bene comune.

In Italia c’è una tradizione fortissima ed una lunga storia di persone capaci di mettersi insieme dal basso per il bene comune. Ora è il momento di trovare forme nuove di gestione capaci di superare i particolarismi e  la frammentazione che spesso caratterizzano questo settore.

La riforma indica un orizzonte nuovo per il riconoscimento normativo ed anche perché finalmente si dice il valore che questo settore ha dato e dà al nostro Paese.

La riforma, in estrema sintesi, offre gli elementi per immaginare una realtà diversa. Certo occorre una classe dirigente formata, capace di parlare a tutta quella gente che ancora non è coinvolta nel volontariato e nell’associazionismo e che sappia pensare ad un mondo nuovo nella finanza e  nell’imprenditorialità sociale. Le condizioni affinché la semina attenta e paziente dia buoni frutti, ci sono tutte.

Annalisa Paltrinieri (giornalista)

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