La transizione e l’associazionismo: connessioni e differenze

Prima di salutare Santandrea e ringraziarlo per l’interessante conversazione sulla transizione, gli rivolgiamo un’ultima domanda: i gruppi in transizione si sono costituiti in associazione o sono gruppi informali?

“Transition Italia è un’associazione nata nel 2008 soprattutto per gestire il T-training ossia la condivisione delle informazioni e la formazione di persone disponibili a formare a loro volta gruppi locali. Ma in origine la transizione non prevede la costituzione di associazioni strutturate perché è un movimento culturale e relazionale e, come tale, trova la sua forza  nella dinamicità, nella fluidità e nella contingenza anche delle alleanze transitorie nel territorio. Nel concreto, infatti, alcuni gruppi diventano associazione per riuscire ad essere riconosciuti come interlocutori dalla istituzioni e facilitare in questo modo soluzioni nuove e alternative.

Nei 12 passi del Manuale pratico della transizione,  viene considerato anche l’aspetto della relazione con l’amministrazione locale che deve essere aperta al dialogo e alla collaborazione, ma non viene considerato favorevole l’ingessarsi in statuti e protocolli. Rispetto a questo, il CBT tiene però sempre presente che il Manuale Pratico e i 12 passi sono stati elaborati ormai dieci anni fa e nel contesto anglosassone che è significativamente differente da quello italiano soprattutto dal punto di vista dell’organizzazione civica e territoriale. In questo senso nel contesto locale italiano, costituirsi come associazione è considerato più favorevole al cambiamento locale.

L’obiettivo sarebbe non strutturarsi per riuscire a mantenere un’apertura e una trasversalità per accogliere le differenti parti di cittadinanza, ma mettere in pratica questo principio è molto difficile nel nostro paese per diversi motivi: per esempio la polarizzazione delle opinioni (ndr. es. cattolici e atei) e degli spazi civici (ndr. es. parrocchie o centri sociali…);  o ancora per motivi più prosaici di tipo amministrativo-burocratico come per esempio la partecipazione ai bandi o l’assegnazione di una sede convenzionata.

Gli esempi di innesto virtuoso tra transizione e Terzo Settore e amministrazione locale sono tanti. Per esempio il primo Comune transizionista italiano che è Monteveglio, ha ottenuto molti risultati proprio grazie a una integrazione della transizione nelle politiche locali in maniera formale e dichiarata. In questo modo è riuscito a diventare il primo comune italiano decarbonizzato.

Un altro esempio in questa direzione è lo sviluppo in Italia del concetto e delle forme giuridiche di Impresa Sociale secondo la quale, almeno a livello di principio, è la stessa economia diventa un bene comune al servizio della comunità.
La transizione è una scatola di attrezzi per un lavoro di comunità che consenta di percorrere strade sostenibili di convivenza tra le persone e l’ambiente. Uno dei principi fondamentali della transizione è proprio vedere le opportunità di miglioramento e di evoluzione presenti nella situazione attuale e in questo senso,  12 passi sono chiaramente da riadattare e integrare alla cultura e al profilo di comunità specifico”.

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