La transizione coinvolge la testa, il cuore e le mani

“La transizione ha un approccio sistemico all’esistenza”, ci continua a spiegare Santanandrea “questo significa che cerca soluzioni integrate e connesse. Risolvere un problema alla volta isolandolo dall’ecosistema più ampio di cui fa parte, rischierebbe di incidere in maniera nociva sull’intero processo vitale. L’errore all’origine dell’attuale squilibrio energetico e climatico planetario è stato proprio considerare economia, ambiente, società come sistemi separati l’uno dall’altro con criteri organizzativi e di funzionamento indipendenti e autarchici.

I problemi importanti sono sempre complessi e spesso sono pieni di contraddizioni. Bisogna quindi affrontarli globalmente, con saperi diversi che debbono interagire fra loro. Edgar Morin (dalla dispensa del seminario Università del Volontarito)

In questo senso, nella transizione il come diventa più importante del cosa ossia si pone l’attenzione non tanto su cosa cambiare quanto sulla modalità con cui realizzare questo cambiamento nelle nostre vite quotidiane e nelle nostre comunità. Nella transizione il processo di cambiamento coinvolge mente, cuore e mani della persona e della società. Si tratta di un processo sistemico, appunto, perché riguarda i diversi ambiti di vita dei singoli individui, di un gruppo di persone e della società: la cultura, l’organizzazione della comunità, le relazioni tra le persone, le emozioni e il mondo interiore dei singoli, l’attività pratica o il lavoro. Ecco perché si parla di rivoluzione gentile, è un cammino a piccoli passi verso un cambiamento radicale del nostro sistema di vita ed è orientato alla rigenerazione dell’armonia interiore, relazionale e ambientale”.

Per comprendere cos’è la transizione e il cambiamento sistemico che favorisce, ci è stato utile raccogliere alcune delle presentazioni e delle interviste al pioniere della transizione italiana, Cristiano Bottone. In un Ted talk del 2012 descrive la transizione come un nuovo processo di elaborazione e sperimentazione di uno stile di vita alternativo a quello dominante della crescita e dello sfruttamento ipertrofici, attraverso un percorso di RI – apprendimento che passa dalla mente, dal cuore e dalle mani ossia dal  raccogliere informazioni reali e aggiornate; dalla cura le relazioni tra le persone, la facilitazione dei gruppi e la propria consapevolezza interiore; dallo sperimentare nuovi modi di progettare e fare le cose per la rigenerazione e il benessere della propria comunità locale. Nell’intervista del 2015 di L’Italia che cambia, Bottone punta sulla necessità di connettere le persone per dare al cambiamento culturale una intensità e una incisività contingente e intergenerazionale. “Secondo la sociologia dei movimenti collettivi, infatti, se in una comunità locale si riesce a rendere sensibile e attivo il 15-20% della popolazione, si può innescare il cambiamento collettivo nella direzione desiderata”, ci spiega Santandrea.

abbiamo bisogno della partecipazione dei cittadini a tutti i livelli, abbiamo bisogno della forza della comunità (dalla dispensa del seminario Università del Volontariato)

Nell’intervista rilasciata a VOLABO durante il Festival nazionale della Transizione che si è svolto lo scorso ottobre a Passignano sul Trasimeno presso il Centro Panta Rei, Bottone ci dice “Il punto è: si può fare in un altro modo? E questo è l’esperimento che sta cercando di fare la transizione (…) quello che è successo di importante (ndr. grazie alla transizione) è che stiamo sperimentando nuove forme relazionali tra concittadini, tra cittadini e amministrazione, tra le persone e l’ambiente”. Trovare un modo di funzionare insieme, di stare in relazione con gli altri e con l’ambiente, di convivere che non sia distruttivo ma rigenerativo. Questa è la sfida che la transizione propone alle piccole comunità, re-imparare a vivere bene insieme.

I video citati in questo articolo

Cristiano Bottone a TEDxBologna 2013

Cristiano Bottone | Italia che Cambia 2015

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