Social street di via Fondazza, la prima di tutte: intervista a Federico Bastiani

La prima social street del mondo è quella di via Fondazza a Bologna. Il fondatore si chiama Federico Bastiani e rilascia un’intervista a VOLABO toccando diversi argomenti: dalle esigenze che trovano una risposta “semplice quanto rivoluzionaria” in forme di comunicazione e aggregazione come le social street; alle differenze tra le diverse pratiche di convivenza, condivisione e cittadinanza in una stessa comunità.

Come nasce la social street in via Fondazza?

Originariamente la social street è stato un modo, a costo zero, per vincere la riservatezza e il sospetto tra vicini di casa. Volevo creare una rete di vicinato e amicizie per mio figlio, in modo che non fosse costretto a giocare da solo in casa. Non avevo in mente un piano preciso, quanto piuttosto una richiesta molto chiara da rivolgere ai miei vicini di casa: incontriamoci. Volevo conoscerli per riuscire a proporre a mio figlio possibili amicizie ed evitargli l’isolamento e la solitudine che ormai caratterizzano l’infanzia, e non solo, nelle grandi città.

Dal punto di vista professionale, io vengo dal mondo economico quindi dal mondo delle hub, delle app, delle start up, dei business plan, del marketing e non volevo fare niente di simile. Volevo tenere lontano la mia vita “civile” e relazionale, e soprattutto quella di mio figlio, da questo sistema di mercato e di politica. Volevo fare una cosa a costo zero, che si diffondesse facilmente e che servisse a più persone possibili. Non ho inventato niente di nuovo: ho aperto un gruppo su facebook e ho fatto un volantino da distribuire in strada con l’invito a iscriversi al gruppo fb. Tutto qua. Era settembre 2013.

I vicini di casa come hanno accolto il tuo invito?

Un paio di mesi dopo avevo raggiunto un discreto numero di iscritti, circa 40, e ho pensato fosse il momento giusto per fare un passo in più: ho invitato tutti a incontrarci al parchetto in fondo alla via. Quel giorno pioveva ma, contro ogni teoria dell’organizzazione di grandi eventi, ha funzionato lo stesso. Si sono presentate poche persone e di diverso genere: dalla ragazzina di 15 anni, al signore di 75 anni, alla coppia gay. Naturalmente insieme a me c’erano mia moglie e nostro figlio.

Oggi  sono iscritte al gruppo facebook della social street di via Fondazza circa 1.100 persone su circa 1.800 residenti; le social street nel mondo sono circa 380 di cui 350 solo in Italia (dati 2015). L’effetto è stato virale, sin da subito, ma ho rilevato nello stesso tempo anche un certo sospetto. La gente pensava mi volessi candidare alle elezioni locali o che cercassi un ritorno di qualche altro genere. E questo è il “muro” più difficile da oltrepassare: fare comprendere che il meccanismo alla base della social street non è quello del do ut des. È un cambiamento culturale grande che, anche se lentamente, sta maturando e ne sono molto soddisfatto.

Arredo urbano in occasione della prima festa della social street di via Fondazza. Settembre 2015

Quali sono le innovazioni della social street?

Noi fondatori diciamo che si tratta di un processo dal virtuale, al reale, al virtuoso. Gli aspetti che possiamo considerare innovativi sono fondamentalmente due: usare le nuove tecnologie di comunicazione per rigenerare relazioni personali e le comunità locali, cosa che risulta innovativa visto che di solito succede il contrario ossia i social network sostituiscono le relazioni personali con contatti a distanza più o meno artificiali; e impostare le relazioni sulla base della fiducia, non sulla base di una garanzia o di un guadagno e neanche di uno scambio alla pari come avviene, per esempio, con il baratto o le banche del tempo.

I sociologici che ci stanno studiando parlano di pratica del dono che crea reciprocità e circolarità grazie al ritorno in termini di fiducia, di gratitudine e relazioni.

TedxPisa di Federico Bastiani 2015

Ci fai qualche esempio?

La bicicletta che non uso lasciata in piazza per chi ne ha bisogno, senza necessità di depositare documenti né cauzioni; la lavatrice in cantina condivisa con il vicino a cui si è rotta; andare in farmacia a prendere le medicine per la studentessa influenzata che è rimasta sola a casa durante le vacanze di Natale; la cassetta degli attrezzi depositata dal verduraio, per ogni evenienza; il proprio numero di cellulare lasciato dal calzolaio a disposizione delle persone anziane che vivono sole, in caso di bisogno; il gruppo di acquisto solidale; la ricerca di lavoro condivisa con la selezione e diffusione di annunci utili; il prestito dei libri, rigorosamente di persona, con l’esposizione in bacheca dell’elenco dei titoli disponibili ai diversi numeri civici e l’indicazione del campanello che occorre suonare a fianco di ogni titolo. Potrei andare avanti per giorni e giorni: tutto ciò che le persone mettono spontaneamente a disposizione di tutti a costo zero e sulla base della fiducia.

Cosa fa funzionare questa meccanismo virtuoso?

Secondo me gli elementi che hanno permesso alla social street di funzionare sono l’informalità, la spontaneità, la gratuità e l’inclusività. Innanzitutto si tratta sempre di cose spontanee che non sono in nessun modo indotte quindi nascono autenticamente dalle singole persone e dalla specifica sensibilità di ognuno. E poi questi piccoli gesti hanno un’altissima proliferazione, si verifica un prodigioso effetto “contagio” del buon esempio che diffonde naturalmente l’abitudine alla fiducia e alla condivisione.

A volte si verificano degli incidenti, degli episodi negativi come una bici che sparisce o un pianta della piazzetta comune distrutta. In questi momenti è di vitale importanza mantenere il messaggio positivo di fiducia. Per gli amministratori del gruppo l’aspetto più delicato da curare è proprio cercare di mantenere il messaggio positivo, fare circolare quello che unisce e dipanare quello che separa o, peggio, contrappone.

Il processo è molto lento e irregolare, instabile e ondivago quindi ci vuole molto impegno. È un esperimento sociale in tutti i sensi ed è, allo stesso tempo, molto vitale e molto fragile. Sono pratiche relazionali che possiedono, da una parte, la vulnerabilità della spontaneità e, dall’altra, la forza della semplicità e per questo diventano gesti rivoluzionari.

Qual è la fatica più grande?

La fatica più grande è mantenere questo progetto sul punto da cui ha avuto origine ossia le relazioni tra vicini di casa. È importante che la social street rimanga quello che è lasciando fuori il campo economico e il campo politico. Social street non è e non deve diventare un marchio. È importantissimo per il successo dell’esperimento rimanere “puri” senza tradirne la vera natura e la spontaneità.

Cos'è la social street, il video-tesi dello IED di Milano

La social street che relazioni ha con il terzo settore e le associazioni cittadine?

Social street ha un dialogo con l’amministrazione e le associazioni locali chiaramente perché è fatta di persone che sono anche cittadini e come tali vivono in uno specifico territorio urbano. Ma la social street non è un’associazione e non è un comitato civico; non è un progetto di gestione dei beni comuni né un’attività organizzata di volontariato.

Il Terzo Settore e le social streets rimangono ambiti diversi che convivono secondo visioni e possibilità diverse. Al contrario delle associazioni del Terzo Settore, le social streets non sono soggetti giuridici sussidiari alle amministrazioni locali né fanno attività di advocacy di una parte di cittadinanza piuttosto che di un’altra. Le social streets non devono diventare una questione di welfare né di burocrazia civica. Non hanno nessun ruolo né funzione istituzionale né tantomeno istituzionalizzabile. Non vogliamo neanche che le social street assumano un’organizzazione gerarchica e di potere come succede nelle associazioni con l’elezione di un consiglio direttivo, di un presidente, di un vicepresidente…Io per esempio sono l’ispiratore ma non il capo e gli amministratori di un gruppo sono tecnici o, tuttalpiù “mediatori” ma non coordinatori. Esistono delle linee guida condivise per la creazione e la gestione di una social street ma non esiste uno statuto o un protocollo a cui aderire pedissequamente.

(ndr. Sul rapporto tra social streets e volontariato si rimanda all’articolo Il fenomeno social streets. Da Bologna (sulle vie del web) alla conquista del mondo di Cinzia Migani, Direttora di VOLABO, sul n.ro 1 del settembre 2015 di VDossier, rivista periodica a cura dei Centri Servizi per il Volontariato di: Bologna, Cremona, L’Aquila, Lazio, Marche, Messina, Milano, Rovigo e da CSVnet Lombardia)

Cosa è cambiato per te grazie alla social street di via Fondazza?

Il fatto che prima mi sentivo a casa solamente dentro le quattro mura del mio appartamento, ora appena volto l’angolo della nostra via. Posso dire che vivo molto meglio adesso in via Fondazza e per questo devo ringraziare i miei vicini di casa.

Per saperne di più:

www.socialstreet.it

Le prossime interviste di questa sezione sono state realizzate da Bandieragialla.it

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