Via Duse e dintorni. “Ci troviamo a ‘La Casa di Isabella’ o di fronte al tazebao ?”

L’appuntamento è davanti alle due vetrine di “Casa Isabella”, in via Andreini, in pieno quartiere San Donato. Le due serrande sono abbassate e un buffo personaggio asiatico è disegnato nell’atto di sguazzare in uno stagno: in una serranda si vedono le gambe, nell’altra fa capolino la testa. Questo non è un negozio di commercianti e nemmeno un centro sociale occupato, è “La Casa di Isabella”.

Michela è nata a Bologna, studia medicina ed è stata per un po’ di tempo negli Stati Uniti. Quando è ritornata in città ha cambiato quartiere andando ad abitare in via Duse, in zona San Donato, un luogo dove non conosceva nessuno: “Quando è nata la social street Via Duse e dintorni era il gennaio del 2014, un momento di grande espansione della social street in città: quando è iniziata quest’avventura non pensavo che sarebbe diventata una parte così importante della mia vita”.

Come la social street della Cirenaica,  il territorio di riferimento non è una singola via del centro ma una zona in un quartiere periferico abitato da persone di provenienza molto diversa.“Volevamo dare ai residenti uno strumento per mettersi in contatto, per comunicare  - spiega Michela  – e lo abbiamo trovato in un gruppo facebook che è il mezzo che permette poi alla gente d’incontrarsi fisicamente; abbiamo cinque bar in via Duse e a rotazione ci troviamo per il social coffee, il nostro momento d’incontro”. Il gruppo in questo momento ha 150 iscritti, agli inizi ne aveva più di 800 ma successivamente si è scelto di farne un gruppo chiuso dando l’accesso solo a chi vive effettivamente nel territorio oppure, temporaneamente, a chi per motivi di studio è interessato a partecipare.

foto tratta dal gruppo Facebook “Via Duse e dintorni”

“Partecipare a una social street significa darsi una mano reciproca; avere in prestito un trapano, avere qualcuno che innaffia le piante durante le vacanze, che tiene il bimbo per un’emergenza …”. Ma anche il territorio diviene oggetto di attenzione e cura. “In questo momento stiamo facendo una zona con il limite di velocità di 30 km l’ora con attraversamento pedonale rialzato in via Duse - racconta Michela  –  abbiamo presentato un progetto che è stato fatto con i residenti attraverso laboratori partecipati”. E non solo, via Duse è una larga strada piena di negozi, affollata e al centro è percorsa da una grande aiuola che si snoda per la sua lunghezza. “In questa striscia verde non potevano accedere i disabili e le donne con bambini perché era circondata in ogni punto dalle macchine parcheggiate. Abbiamo creato un attraversamento pedonale che permette di accedere. Ora tutti possono andarci, ho ricevuto addirittura un’e-mail di una signora di 100 anni che mi ringraziava per questo”. Queste iniziative non sempre sono indolori, a volte creano contrasti, prese di posizioni diverse. “C’è stata una divisione tra i residenti e i commercianti riguardo alla viabilità: i commercianti hanno deciso di non prendere parte ai laboratori partecipati e non hanno espresso la loro opinione in due anni di lavoro ma, quando abbiamo tolto i quattro posti auto e abbiamo fatto una festa di strada, una parte di loro ha assunto un atteggiamento apertamente ostile. 

Un’altra particolarità di questa esperienza è l’impegno in prima persona che ha portato otto cittadini a firmare un patto di collaborazione con il Comune di Bologna “un impegno che riguarda la trasformazione e la manutenzione di un pannello pubblicitario nell’isola verde di via Duse”. Nello spazio verde ci sono sette cartelloni pubblicitari che nessuno usa più e che stanno arrigginendo, ecco allora l’idea: recuperarne uno per farlo diventare una bacheca dove i residenti possono mettere i loro annunci, le informazioni di quello che accade, anche le critiche, insomma una specie di tazebao in pieno quartiere San Donato. Grazie al progetto di un architetto amico, è stata sovrapposta una struttura di alluminio su uno dei cartelloni ed ecco che via Duse ha un suo nuovo spazio pubblico. Le spese sono state sostenute in parte da un’amministratrice di condominio illuminata mentre i cittadini si sono apprestati ad “arredare” quello spazio con delle fioriere. “Bene, adesso è diventato un punto d’incontro importante, ci vanno gli omarels, lasciano i bollini della coop che non utilizzano, altri lasciano i loro annunci. E, visto la popolarità del luogo, gli altri pannelli sono ritornati a essere interessanti per chi fa pubblicità”. E poi c’è La Casa di Isabella, un luogo, arredato dal gruppo degli Architetti di Strada, dove vengono svolte molte attività dei cittadini residenti. “Ci siamo arredati questi locali come se fosse una casa, un posto dove la gente può venire per condividere, visto che in molte abitazioni, costruite negli anni ’50, non c’era ancora l’idea dello spazio comune condominiale”. Le spese per la gestione sono finanziate dai corsi che si svolgono all’interno:  di danza mediorientale, di arte terapia per bambini, di teatro (compagnia “ReSpirale)… La Casa di Isabella è anche punto di vendita di prodotti agricoli coltivati localmente e distribuiti da Arvaia, una cooperativa di cittadini coltivatori biologici).
Michela non si considera una volontaria “mi muove il senso civico di responsabilità per migliorare il luogo dove abito, il volontario invece fa qualcosa per gli altri” e ripensando al suo impegno sociale sottolinea, con stupore, una situazione che non aveva previsto: ”Il risultato di questo impegno ha portato alla nascita di un gruppo di amici vero, questo è una delle cose che mi ha reso più contenta ed è anche la sorpresa più grande”.

Intervista a Michela Bassi della social street di via Duse e dintorni

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