Coop. soc. Siamo Qua – Progetto Gomito a Gomito si racconta

www.gomitoagomito.com | www.siamo-qua.it
rut.noemi@libero.it | tel. 333 2957902
Via della Dozza, 5/2 | 40128 Bologna
 

Cosa fa la tua associazione?

La coop. Siamo-Qua gestisce dal 2010 un laboratorio sartoriale all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale Dozza di Bologna. Il progetto si chiama “Gomito a Gomito”: in via del Gomito si trova il carcere bolognese, e a stretto giro di gomito è la modalità con la quale collabora chi sta dentro e chi è fuori dal penitenziario: donne recluse, addetti e volontari della cooperativa, insieme per un obiettivo comune.

Come soci e volontari della coop. ci occupiamo della gestione quotidiana del laboratorio, oltre che della commercializzazione dei manufatti e della  comunicazione del progetto. Le detenute, assunte dalla nostra cooperativa, ricevono uno stipendio e vivono a tutti gli effetti un’esperienza lavorativa reale: si tratta di un’attività con qualche certezza di successo per chi forse in bocca ha già troppo il sapore del fallimento.
Racconta brevemente un’esperienza positiva e che ti ha dato soddisfazione che rappresenti il lavoro della tua associazione.

Nel corso del 2012, per la prima volta, la nostra coop. è riuscita ad assumere una lavoratrice detenuta all’esterno delle mura carcerarie. (Vedi intervista)

Dopo un periodo di sei mesi in borsa lavoro nella sartoria della Dozza, abbiamo ottenuto che una detenuta potesse continuare a lavorare con noi anche in regime di semi-libertà (in base all’art. 21 dell’ordinamento penitenziario) nei locali messi a disposizione della Parrocchia che ospita la nostra cooperativa. È stata una “prima volta” carica di entusiasmo, speranza e soddisfazione: per me è stata la dimostrazione che spesso la “rieducazione” evocata dall’art. 27 della nostra Costituzione significa dare fiducia al condannato, permettendogli di dimostrare le sue capacità e il suo impegno.

 

Racconta brevemente una esperienza difficile che rappresenti la complessità del lavoro della tua associazione.

Non c’è un episodio in particolare che possa rappresentare la difficoltà di lavorare all’interno di un penitenziario. La complessità del nostro lavoro si manifesta ogni giorno, ogni qualvolta ci presentiamo al primo blocco della Casa Circondariale per recarci in sartoria. Per gestire una lavorazione all’interno di un carcere non bastano solo la buona volontà e i buoni sentimenti: si tratta di un’attività continuativa che richiede tempo e risorse, rispetto per le ferree regole interne e pazienza nei confronti di se stessi e dell’intera comunità penitenziaria. Occorre anche far fronte alle richieste e ai pregiudizi di chi sta “fuori”, ovvero i nostri potenziali clienti. Infatti la nostra attività si svolge all’interno del carcere a favore delle detenute, ma ha soprattutto uno sbocco all’esterno attraverso la commercializzazione dei manufatti della sartoria. Socialmente, il carcere è spesso percepito come polvere da nascondere sotto il tappeto: mettere in commercio prodotti realizzati da condannati significa affrontare la sfida di proporre un’immagine

nuova e più positiva di chi sta scontando una pena, contribuendo a sostenere l’occupazione e la reintegrazione sociale delle detenute che hanno  confezionato quei prodotti.

 

Se incontrassi il genio della lampada e potessi esprimere solo tre desideri per migliorare la situazione nelle carceri italiane, quali desideri esprimeresti?

Personalmente credo che la situazione drammatica in cui versa il sistema penitenziario italiano sia legata a doppio filo alla grave crisi che vive l’apparato giudiziario nel suo complesso. Il diritto a ottenere giustizia è garantito a tutti i cittadini dalla costituzione repubblicana, ma nel nostro paese vengono messi in discussione i concetti stessi di “pena certa” e di “esecuzione reale” della pena. L’Italia è pluricondannata dalla giurisdizione europea per l’eccessiva durata dei processi, per il sovraffollamento delle sue carceri e per i trattamenti inumani e degradanti che infligge ai detenuti (10milioni di processi civili e penali pendenti, 170mila prescrizioni all’anno, 10anni di attesa per una sentenza definitiva, 40% dei detenuti in attesa di giudizio, 600 suicidi negli ultimi 10 anni, 65mila persone in 45mila posti disponibili).

Se incontrassi il genio della lampada, quindi, gli chiederei:

Amnistia e indulto subito: per uscire dalla flagranza di reato in cui si trova l’Italia per la cattiva amministrazione della Giustizia. Amnistia non soltanto come forma di clemenza, ma come premessa per l’avvio di riforme strutturali nel sistema giustizia nel suo complesso. Sono convinta infatti che non possa esserci nessuna giustizia e nessuna certezza della pena se per primo uno Stato non rispetta le sue proprie leggi e non riesce a garantire la certezza del diritto. Il sovraffollamento e l’inadeguatezza delle strutture carcerarie, oltre che la carenza di organico tra il personale penitenziario, impediscono di adempiere al dettato costituzionale che vuole la pena tendente alla rieducazione, oltre che imperniata sul senso di umanità nei confronti del condannato.

Una riforma organica della Giustizia, per ridare credibilità ed efficienza a una macchina che arranca tra tempi insostenibili dei processi e prescrizioni. Quindi rinnovamento della magistratura e riforma del codice penale nel suo complesso. Bisognerebbe rivedere totalmente il sistema detentivo: il carcere deve essere considerato come extrema ratio in un percorso che deve portare al recupero del condannato, come misura cautelare o di espiazione della pena solo per i reati più gravi o per le persone più pericolose.

Depenalizzazione e ricorso a pene alternative. Negli ultimi anni, più che il numero di reati commessi sono aumentate le leggi che puniscono nuovi reati: leggi criminogene hanno determinato l’attuale sovraffollamento delle nostre carceri. Un effetto positivo sull’attuale stato del nostro sistema penitenziario si potrebbe ottenere modificando le leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi su immigrazione e stupefacenti, l’ex-Cirielli sulla recidiva, oltre che l’uso esagerato della carcerazione preventiva. Ancora più positivo sarebbe il ricorso alle misure alternative alla detenzione, così come previste dalle legge Gozzini.
Come è nata l’idea di realizzare un progetto insieme alle altre associazioni del territorio che lavorano negli istituti di pena bolognesi?

Siamo stati contattati da VOLABO, in quanto unica realtà produttiva all’interno della sezione femminile della CC Dozza di Bologna

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