Dalla disuguaglianza, lo stigma e la cultura dello scarto a una nuova prospettiva che metta al centro la persona, il suo valore, le qualità, le caratteristiche e i diritti.

Il primo capitolo del libro La Povertà vitale focalizza l’attenzione sui concetti di  disuguaglianza, differenza, stigma, offrendo un’interessante analisi di come questi agiscano e interagiscano tra loro.

Nelle società umane le differenze sono ubiquitarie. Differenze di genere, differenze di età, differenze fisiche, differenze culturali fino a quelle sociali.  […]

L’Enciclopedia Treccani definisce la disuguaglianza come : <<L’esser diseguale; non uguaglianza, disparità: disparità di condizioni, d’età, di valore, di grado.>> Si suppone quindi una disuguaglianza stigmatizzante. La differenza invece viene definita come: << L’esser differente; mancanza di identità, di somiglianza o di corrispondenza fra persone o cose che sono diverse fra loro per natura o per qualità e caratteri>>. Perciò la diversità è una fonte di ricchezza relazionale laddove non diventa disuguaglianza.
Un ulteriore passo del nostro ragionamento implica una riflessione sul concetto di alterità, riconoscimento dell’altro.
L’idea è che il riconoscimento dell’altro in senso stigmatizzante ha a che fare con la disuguaglianza; al contrario applicare il concetto di differenza è fonte di arricchimento e di avanzamento. […]

[…] Un modo per cancellare lo stigma è pensare all’altro, al nostro prossimo, in modo qualitativamente diverso.

Nella nostra società molto spesso la diversità intesa come lo scostamento rispetto a un ‘dover essere’, cioè rispetto dei modelli ideali di perfezione e di ‘buona società’, viene letta e percepita proprio in termini di disuguaglianza, dunque di stigma nei confronti di coloro che più si scostano da tali modelli. Ecco che allora ci sono tantissime persone che per i più svariati motivi si trovano e/o si sentono ai margini della società, sperimentando una o più dimensioni della povertà vitale.

[…] grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.
Pontefice Francesco, Evangelii Gaudium.

La disuguaglianza, lo stigma e la discriminazione sono una malattia del sistema economico, sociale e culturale in cui viviamo e che più o meno consapevolmente alimentiamo con pregiudizi, stereotipi, comportamenti, atteggiamenti, politiche. È dunque necessaria una cura, capace di rimettere al centro l’essere umano, e il rispetto dell’essere umano.

Di fronte a questa vera e propria emergenza culturale e sociale gli organizzatori del convegno propongono di cambiare il punto di vista. La persona che per varie ragioni si trova a vivere una condizione di disagio all’interno della società non è e non deve essere percepita come un fallimento e uno scarto del sistema, ma come attivatore della comunità, come risorsa che dà l’opportunità di capire cosa deve cambiare nella società per creare condizioni di vita, lavoro, salute e reddito positive per tutti.

Riflessioni dal convegno

Matilde Leonardi è medica neurologa, pediatra, responsabile SOSD Neurologia, Salute Pubblica, Disabilità IRCCS Istututo Besta Milano e consulente esperto dell’OMS.
Durante il convegno è stato proiettato il suo talk – particolarmente profondo ed emozionante – realizzato attraverso TEDxBergamo.

Partendo dalla sua personale esperienza di medico racconta varie forme di resilienza, dove chi ha perso tutto può essere ancora capace di tirare fuori la straordinaria forza che ha dentro, per resistere, per vivere, per continuare a dare e ricevere, per continuare ad essere se stesso/a ‘malgrado tutto’.

Questa forza interiore è e deve alimentata dalle relazioni positive, di coloro che la dottoressa chiama  ‘le rivoluzionarie e i rivoluzionari della tenerezza’, persone in grado di accendere una candela laddove è buio, per fare quella luce necessaria a ripartire.

E poiché ci troviamo in un’epoca dove il progresso scientifico e tecnologico stanno regalando aspettative di vita sempre maggiori, è necessario confrontarsi con un aumento progressivo delle patologie croniche, legate in parte alla naturale degenerazione del corpo umano, seppur più longevo.

I modelli di medicina biologica e clinica davanti a questi nuovi scenari da soli non bastano, nonostante i risultati raggiunti nel tempo. Ecco che allora Leonardi, accanto alla teoria del malgrado del filosofo Adriano Pessina, introduce il modello della medicina biopsicosociale.

Si tratta di un modello in cui la persona è vista nell’ambiente in cui è, e in cui tutte le relazioni tra persone e ambiente, tra facilitatori ambientali e barriere ambientali, possono essere lette come un nuovo modo di dare la medicina e di dare la cura.
Matilde Leonardi, Vivere malgrado l’imperfezione: i bisogni e le cure.

Giampiero Griffo è Coordinatore del Comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità.

Nel suo intervento, attraverso numerosi dati e un excursus storico, traccia un quadro a livello nazionale, europeo e mondiale sulla relazione tra povertà e disabilità, ricercando le cause del perché le persone diversamente abili siano maggiormente esposte al rischio di povertà.

Il concetto di ‘diversità funzionale’, che si coniuga con la capacità di adattamento di una persona, spiega che ogni persona ha un suo modo di funzionamento, fatto di tutte le sue caratteristiche. In questo senso ogni singola persona ha una sua diversità funzionale.

Ci troviamo però all’interno di un sistema in cui l’ambiente fisico e sociale non sono pensati per favorire l’adattamento di ogni persona, che in quanto tale ne avrebbe il pieno diritto. L’urbanistica, le politiche di welfare e i servizi – contrariamente alle intenzioni per cui nascono – troppo spesso non sono realmente pensate né progettate per rimuovere barriere, disuguaglianze, offrire pari opportunità e rispettare i diritti della persona.

C’è povertà dei servizi . E noi viviamo una precarietà continua perché la società ci mette ostacoli.
Le persone disabili sono tali perché disabilitate dalla società.
Più che persone vulnerabili, siamo persone vulnerate.

Occorre dunque un profondo cambiamento culturale, che consenta davvero  l’empowerment delle persone con disabilità.

Scarica le slide>>

Il professore di Antropologia Culturale dell’Università Ferrara Giuseppe Scandurra al convegno ha raccontato l’esperienza della sua ricerca Tutti a casa. Il Carracci: etnografia dei senza fissa dimora a Bologna condotta insieme al fotografo Armando Giorgini. Il lavoro è uno strumento pensato per sensibilizzare, promuovere una corretta informazione e conoscenza della realtà esplorata, per superare stereotipi e pregiudizi legati alle persone senza fissa dimora. Troppo spesso si parla di loro, troppo poco spesso si parla con loro. È uno strumento per gli operatori e le  istituzioni che a vario titolo si occupano e vogliono migliorare gli interventi volti ad aiutare questa fascia di popolazione che costituisce una delle trame più sfibrate del tessuto sociale.

Per approfondire sul tema delle persone senza fissa dimora>>

Related Posts

X