“Fare impresa in Dozza”: un messaggio positivo per l’intera comunità

“Dare un altro orizzonte a chi, a un certo punto della sua vita, l’ha visto svanire”: è con queste parole che Giorgio Italo Minguzzi riassume, in sostanza, l’obiettivo del progetto “Fid – Fare Impresa in Dozza”. In questa intervista l’ideatore dell’iniziativa spiega come, dal 2005, la Fondazione Aldini Valeriani insieme a tre importanti realtà dell’industria del packaging abbiano unito le forze per formare la Fid srl, un’impresa sociale capace di aprire un’officina metalmeccanica all’interno del carcere maschile della Dozza. Con lo scopo di dare competenze tecniche avanzate in grado di offrire una reale opportunità di lavoro agli ex detenuti, il progetto prevede un periodo di formazione (il laboratorio “Azienda in carcere”) gestito dalla Fondazione e successivamente l’assunzione a tempo indeterminato nell’officina della Dozza nella produzione di materiali per Marchesini Group, GD spa e Ima. Un’esperienza unica che mira ad attuare il principio rieducativo del carcere dettato dalla nostra Costituzione, ad abbassare il grado di recidiva, promuovere la responsabilità sociale delle imprese italiane e dare nuove prospettive agli ex operai delle tre aziende oramai in pensione impiegandogli come volontari nell’assistenza tecnica ai detenuti che cercano di ripartire con la propria vita.

 

Come si è nato e come si è sviluppato il progetto Fid?
Il progetto Fid – Fare Impresa in Dozza è nato con lo scopo di svolgere un’attività di formazione al lavoro tecnico in carcere. Il ragionamento da cui siamo partiti è che all’interno delle carceri di solito vengono sviluppate delle forme lavoro molto temporanee, legate alla vita interna al carcere (cucina, manutenzione ambienti ecc.) che difficilmente danno una preparazione tale da poterla sfruttare anche dopo il periodo detentivo. Quindi l’idea è stata quella di creare all’interno del carcere un tipo di formazione tecnica che non andasse dispersa alla fine della pena, ma che invece fosse in grado di dare delle opportunità lavorative anche al di fuori dal carcere. Il percorso si è poi sviluppato ulteriormente con la possibilità di svolgere un lavoro vero e proprio in un’officina metalmeccanica, sempre all’interno della Dozza, finalizzato al confezionamento di un prodotto finito collocabile da subito nel mercato. E’ così che si è costituita la “Fid srl”, un’impresa sociale che ha coinvolto tre delle imprese più importanti sul territorio bolognese nel settore delle macchine automatiche nella produzione di packaging: Marchesini Group, GD spa e Ima, le quali hanno dato subito una risposta positiva. Ciascuna delle aziende ha il 30% del capitale sociale, con il restante 10% destinato alla Fondazione Aldini Valeriani, che si occupa della parte formativa. In questo modo i detenuti hanno la possibilità di svolgere attività reali nella vita interna al carcere e allo stesso tempo di pensare alla loro vita una volta usciti, sia dal punto di vista lavorativo che nel reinserimento nella società civile.

 

Chi, tra i detenuti, può accedere al percorso formativo (e dunque lavorativo)? 
Viene fatta una selezione molto attenta di ragazzi da formare e successivamente da inserire nel mondo del lavoro. Ovviamente per realizzare questo si guarda alla condizione del detenuto e alla sua adattabilità a questo tipo di esperienza; molto è legato alla durata della detenzione: il nostro modello prevede un periodo di formazione che va da sei mesi a un anno per poi svolgere almeno due-tre anni di lavoro in carcere, per cui se la pena è troppo breve o troppo lunga (se si considera la prosecuzione del percorso al di fuori del carcere) questo modello funziona meno. E’ determinante anche il fattore età poiché il progetto guarda ai detenuti non troppo vicini all’età  pensionabile. Infine uno dei requisiti è che al momento della selezione i detenuti non siano recidivi perché chi è al primo reato, di fronte a un’opportunità immediata di riscatto tende a non ricommettere lo stesso errore; chi  invece è recidivo è più portato a reiterare il reato. Inoltre le statistiche ci dicono come la recidività cali se ai detenuti viene offerta una vera alternativa, tanto più se non hanno già avuto recidive.

 

Come avviene il passaggio al lavoro vero e proprio?
Dopo il periodo di formazione, se l’esito è stato positivo i detenuti vengono assunti dalla società nell’officina del carcere con un contratto a tempo indeterminato, secondo il Contratto Collettivo Nazionale dell’industria metalmeccanica. L’unica differenza rispetto a un lavoratore esterno è che il contratto a tempo indeterminato è subordinato alla convenzione che c’è col carcere. Ad esempio, se per ragioni disciplinari o di altra natura il detenuto viene trasferito, quest’ultimo è da considerarsi dimissionario. Poi, al termine della detenzione il contratto termina automaticamente.

 

E una volta fuori?
Al momento dell’uscita dal carcere se l’ormai ex detenuto ha maturato un’esperienza positiva ha sicuramente la possibilità di essere assunto in una delle tre aziende o in una delle imprese legate ad esse. In questo senso non c’è alcun vincolo, perché il progetto mira a dare una formazione da operaio specializzato, in grado quindi di avere delle opportunità lavorative reali. Finora abbiamo avuto tre casi di uscita dove ciascuno lavora per una delle tre aziende. Se si tratta di ragazzi validi come in questi casi l’idea è certamente quella di proseguire nel percorso.

 

Quali sono le problematiche affrontate finora?
Sono state affrontate difficoltà a vari livelli. Una di queste riguarda gli stranieri, poichè c’è da capire se – una volta scontata la pena – potranno restare in Italia oppure no, essendo vincolati dalla normativa italiana. Nel caso in cui non possano restare cerchiamo di dargli degli attestati e vedere quello che si può fare dato che le tre aziende hanno rapporti rilevanti con il mercato estero. Ma questa è una situazione piuttosto complessa che finora non è stata mai affrontata.
Un altro problema è legato all’assistenza professionale. I dipendenti/detenuti che entrano a lavorare nell’officina del carcere, devono infatti poter essere seguiti e l’agente di custodia non sarebbe in grado di assisterli durante il lavoro. Allora si è pensato di coinvolgere gli ex lavoratori in pensione delle tre aziende in una forma di tutoraggio: vengono in carcere per due mezze giornate alla settimana, con due volontari sempre presenti, svolgendo così un lavoro di assistenza all’attività dei ragazzi. In questo modo gli ex dipendenti trovano un nuovo valore nella loro vita, un impegno che permette loro di riacquisire una funzione operativa nella società. Più in generale ci sono state delle critiche al progetto in sé. Una mamma ha scritto “Farò compiere una rapina a mio figlio così dopo troverà lavoro”: capisco che possono esserci questi sentimenti in un momento così difficile per il Paese anche in tema di lavoro, così come è normale riscontrare reazioni contrarie, mai pensare che tutti devono dirti che fai bene. La verità è che ognuno deve affrontare le problematiche secondo la sua sensibilità sociale e credo che nei confronti dei detenuti si faccia molto meno rispetto a tanti altri.

 

Quanto è importate il recupero del detenuto, tenendo conto della funzione rieducativa della pena sancita dalla nostra Costituzione?
Dentro il carcere c’è di tutto: c’è chi ormai è irrecuperabile, incallito nei comportamenti, e c’è chi invece aspetta un’opportunità per rimediare ai propri errori. Molti di questi ragazzi che lavorano in officina sono persone che hanno commesso un furto o piccole rapine, fatte molto spesso in stato di bisogno o per una mancata articolazione educativa nell’ambito del proprio contesto sociale. Questi sono recuperabili se gli viene offerta un’alternativa vera. Molto spesso si tende a giudicare i detenuti come delinquenti sono persone che semplicemente hanno sbagliato; bisogna sfatare lo stereotipo che vede il detenuto come un criminale, perché così si rischia di estromettere dalla società una categoria di persone in modo davvero ingiusto.

 

Quali sono le prospettive del progetto?
Finora abbiamo organizzato i primi due corsi di formazione, ora stiamo studiando il programma per un terzo corso. A un livello più alto, oltre che a collaborare col maschile della Dozza, stiamo lavorando anche per il femminile. Inoltre stiamo trattando per portare l’esperimento in altre carceri della regione perché credo si tratti di un buon modello, riproducibile in altre realtà carcerarie della regione e non solo.

 

Qual’è stato il grado di collaborazione delle istituzioni in questo progetto, direzioni carcerarie in primis?
Il progetto è nato con tanti problemi iniziali legati al cambiamento dei direttori del carcere i quali hanno dato poca continuità alle attività programmate. Poi abbiamo avuto Ione Toccafondi, direttrice della quale non si parlerà mai abbastanza bene, poichè ha condiviso il progetto ed è rimasta un pò di anni, permettendoci di avere un interlocutore stabile e motivato. In generale le istituzioni hanno condiviso a pieno il progetto; la Provincia ha finanziato la parte formativa, ma da parte di tutti gli enti pubblici (Regione, Provincia e Comune) c’è stata molta collaborazione e vicinanza che ha facilitato il nostro lavoro.

 

Quali posso essere i motivi che spingono un’impresa a collaborare per un progetto simile?
Le motivazioni posso avere un duplice aspetto, uno di natura etica legato alla responsabilità sociale, l’altro che invece può dare vantaggi più “materiali”. Oggi si è completamente trasformato l’impegno delle imprese “serie” nei confronti del contesto sociale. Una volta c’era l’idea dell’impresa padrona e del lavoratore sfruttato. Oggi il contesto non è questo, un po’ per le condizioni politiche un po’ per una maturazione che si è venuta a verificare. Ora abbiamo degli imprenditori che ragionano diversamente, il bilancio sociale e i codici etici sono fattori sentiti e l’imprenditore si sente sempre meno “padrone dell’impresa”. E’ padrone del capitale che ha investito, certo, ma l’azienda viene vista come una realtà che ha tanti soci: lo Stato, le banche, clienti e fornitori e soprattutto i dipendenti, i soci più importanti. Nello specifico Marchesini Group, GD spa e Ima, sono tre imprese che hanno un altissimo livello di sensibilità sociale e sono spesso impegnate in attività esterne al business dell’impresa. In secondo luogo la responsabilità sociale può portare a benefici di altra natura, dato che all’estero questo fattore è molto sentito. Le tre imprese infatti, forniscono il packaging alle grandi industrie multinazionali che individuano e catalogano i propri fornitori anche in base al loro impegno sociale. Per cui c’è un riconoscimento e una collocazione prioritaria su questo tipo di fornitori. Marchesini Group, GD spa e Ima, forniscono la multinazionale L’Oréal la quale riconosce loro questo impegno sociale e hanno nei loro confronti una sorta di predilezione. E’ chiaro che questo favorisce le relazioni tra imprese, migliorando le loro attività commerciali.

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