Il disagio del carcerato quando perde il lavoro

Stefania Greco, una delle educatrici presenti nel carcere bolognese della Dozza, ci parla delle opportunità di lavoro offerte ai detenuti. In questo periodo di crisi economica, ma anche per la mancanza di aziende disposte a fare esperienze di questo tipo, sono poche le persone che lavorano all’esterno della struttura penitenziaria: solo 8 su 450  detenuti che hanno già una pena definitiva.

di Stefania Greco
Quando si parla di lavoro penitenziario, bisogna distinguere tra lavoro interno e lavoro esterno al carcere. Il lavoro intramurario rappresenta uno strumento trattamentale che deve essere retribuito e non può avere carattere punitivo o degradante. Esso consente di “impiegare” i detenuti per la pulizia e la manutenzione della struttura carceraria o per l’erogazione di servizi per i detenuti (es. servizio lavanderia o somministrazione del vitto).

Il lavoro esterno all’istituto è invece diverso ed è regolamentato dall’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario. Si tratta di una misura trattamentale non alternativa alla pena che viene valutata dall’equipe e, se sussistono i requisiti di legge, se la risorsa lavorativa appare idonea e il detenuto sufficientemente affidabile e meritevole di intraprendere questo percorso, la misura viene disposta dal direttore.
Una misura alternativa vera e propria che consente al ristretto di lavorare all’esterno è invece la semilibertà. In questo caso a disporla è il Tribunale di Sorveglianza.

Attualmente i detenuti che lavorano fuori dal carcere sono ben pochi; solamente otto persone tra semiliberi e coloro ammessi alla disciplina del l’articolo 21; qualche hanno fa i numeri erano decisamente più elevati.
Quando rientrano dal lavoro, i ristretti non ritornano all’interno del carcere, ma in una struttura posta fra il blocco di ingresso e l’entrata interna del carcere.
Abitano lì e sono insieme perché, per ragioni di sicurezza, il detenuto che ha rapporti con l’esterno è bene che sia lontano dall’ambiente detentivo, perché potrebbero essere introdotti oggetti non consentiti o  informazioni, contatti.

La possibilità di permanere fuori dall’istituto per poter lavorare è una grande opportunità in vista del pieno reinserimento sociale, anche se rappresenta una fase molto delicata perché costituisce sempre un momento di transizione tra il “dentro “ e il “fuori” e l’ambiente esterno; se da un lato riaccoglie nel tessuto sociale il detenuto, dall’altro può costituire una fonte di stimoli di condotte devianti.
Una volta ammesso all’art. 21 o alla semilibertà, il detenuto deve rispettare tutta una serie di regole contenute nel Piano di trattamento che viene formulato dall’educatore e sottoposto all’approvazione del Magistrato di Sorveglianza. Esso impone una serie di obblighi sia al detenuto che al datore di lavoro. Il detenuto in particolare deve essere sempre rintracciabile e deve rispettare degli orari precisi. Il piano di trattamento, a seconda delle esigenze, può contenere disposizioni che consentono al ristretto di incontrare i familiari, di studiare o svolgere attività di volontariato.

Le aziende hanno delle agevolazioni nell’instaurare un rapporto di lavoro con i ristretti ma di fatto sono pochissime quelle che lo fanno e non solo per ragioni legate al pregiudizio; si tratta di impiegare lavorativamente persone spesso non più giovani, difficili comunque da integrare stabilmente nel mondo del lavoro. E’ auspicabile infatti che l’inserimento lavorativo non abbia soluzioni di continuità perché questo avrebbe ripercussioni devastanti per la persona, che, in caso di perdita involontaria e incolpevole del lavoro,  si ritroverebbe nuovamente nel regime detentivo ordinario. E’ bene essere molto chiari con i detenuti quando vengono prospettate possibilità d’impiego piuttosto incerte o manifestamente fittizie.

Otto persone che lavorano su una popolazione di detenuti definitivi che si aggira intorno alle 450 unità è una percentuale estremamente esigua. E’ vero che si sono creati posti di lavoro all’interno del carcere come la sartoria nella sezione femminile, il corso di meccanica e il Raee in quella maschile, ma si tratta di numeri sempre bassi.

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