Il lavoro esterno in tempi di crisi

Susanna Napolitano, magistrato del Tribunale di sorveglianza di Bologna, ci fornisce alcuni dati sul lavoro esterno nella casa circondariale di Bologna, dando spazio alle proposte degli enti locali e i possibili sviluppi. Anche grazie all’impegno del terzo settore.

 

Quanti sono a Bologna i detenuti in regime di semilibertà che hanno un’occupazione o che sono ammessi al lavoro esterno?
I detenuti in regime di semilibertà, che in quanto tali trascorrono parte della giornata extra mura per poi rientrare al termine del lavoro in Istituto, a Bologna sono poche unità. Ma non deve stupire tale limitatezza. Certo incide negativamente la grave carenza di occupazione nel nostro Paese, ma è da sottolineare che questa misura può essere chiesta ai sensi dell’art. 48 legge penitenziaria (che regola il regime di semilibertà, ndr.) anche per attuare attività istruttive o, comunque, utili al reinserimento.
Inoltre il modesto dato quantitativo citato è da interpretare tenendo conto della presenza a volte di vincoli normativi ostativi e della natura della semilibertà, legata ai progressi nel trattamento e generalmente ben presto sostituita da benefici penitenziari più ampi. Non è, tuttavia, un passaggio obbligato come si ricava dall’analisi della prassi giurisprudenziale dei Tribunali di sorveglianza a livello nazionale. Sin dall’inizio si registra, per lo più, l’accoglimento non già dell’istanza della più restrittiva semilibertà, ma della richiesta di più ampia misura alternativa. In presenza di progettualità occupazionali/risocializzative in senso lato o terapeutiche e degli ulteriori presupposti di legge netta preferenza viene data giudizialmente a misure alternative che consentano l’effettiva e definitiva uscita dal carcere, quale ad esempio l’affidamento in prova al servizio sociale (a Bologna quasi duecento sono gli affidati in prova).
Gli ammessi al lavoro all’esterno in città sono poco più di una decina, alcuni di loro con mansioni lavorative in realtà nell’intercinta dell’Istituto penitenziario e, quindi, ben poco “all’esterno”. Si segnala che la Direzione dell’Istituto, a cui sola spetta per legge il potere di proporre il beneficio di cui all’art. 21 l.p. (in cui sono previsti i criteri per il lavoro all’esterno, ndr.) è da tempo solita prevedere nelle possibilità applicative non solo lavori in senso stretto (in genere in continuità con l’occupazione svolta antecedentemente alla carcerazione), ma anche attività formative, a favore della collettività o a contenuto comunque risocializzativo (ad esempio ricostruzione post terremoto, impegni di tipo ambientalista, culturale ecc.).

Quale iter deve affrontare un detenuto per trovare un impiego e a quali soggetti è affidato il compito di informazione e di mediazione tra detenuto e azienda?
Come per qualsiasi cittadino il ristretto può reperire il lavoro in svariate forme (non vi è un iter necessitato), anche a mezzo di  familiari o terzi. Anche personalmente il detenuto si può attivare recandosi, in permesso premio, presso le agenzie di lavoro situate nel territorio.
Operativo in carcere è lo Sportello di informazione e orientamento al lavoro, gestito in collaborazione con il Centro per l’Impiego della Provincia di Bologna, che offre un servizio gratuito di ricognizione delle  risorse lavorative dei detenuti con informatizzazione dei relativi curricula. Lo Sportello presta, inoltre, consulenza e assistenza per le aziende che vogliono dare lavoro a detenuti ed ex detenuti, offrendo un importante apporto per facilitare le pratiche di assunzione.

Qual è il ruolo degli enti locali in questo percorso?
Importantissimo e prezioso: la legge n. 3/2008 della regione Emilia Romagna prevede la promozione di interventi di formazione professionale e di borse lavoro a favore del reinserimento sociale. Recentemente è partito il Progetto Acero, finanziato in principalità dalla Cassa Ammende – il cui Protocollo è stato firmato da Regione E.R., Amministrazione penitenziaria E.R. e il nostro Tribunale di Sorveglianza – finalizzato ad offrire, oltre a possibilità di accoglienza, l’opportunità di 90 percorsi formativi/lavorativi in Emilia Romagna.
La formazione professionale è sempre stata seguita dalla Provincia di Bologna e anche il Comune di Bologna nonché la locale AUSL (mediante il SER.T.) hanno più volte definito borse lavoro per facilitare il percorso risocializzativo e l’espiazione della pena in ambito alternativo. La congiuntura economica pesa, comunque, attualmente anche su questi interventi.

Quale iter deve affrontare, invece, un’azienda o una realtà del terzo settore (organizzazioni di volontariato, associazioni) per potere assumere persone ammesse al lavoro esterno o a misure alternative? Quali gli ostacoli in cui si può incorrere?
Rispetto all’assunzione lavorativa di detenuti ogni chiarimento sull’iter da seguire, come si è detto, può essere dato dallo Sportello lavoro. Poi in fase attuativa, definita la proposta lavorativa/riabilitativa, il delegato del Direttore del carcere (in genere  l’educatore) dovrà, in caso di richiesta di semilibertà o di lavoro all’esterno, redigere un programma di trattamento specificante il luogo e la durata dell’impegno lavorativo o socialmente utile, comprendente le pause e tutti gli spostamenti previsti in giornata, anche al fine di consentire i dovuti controlli.
Se l’attività consiste in opere o servizi per la collettività di concerto con associazioni di volontariato dovrà, comunque, essere stabilita una copertura assicurativa per danni a terzi e contro gli infortuni. Non ci sono ostacoli, ma occorre essere molto chiari e precisi nelle proposte, assicurando, inoltre, una supervisione delle prestazioni svolte dalla persona e una rendicontazione sull’andamento dell’attività. Per le offerte di lavoro o di attività di volontariato relative a istanze di diverse misure alternative è sufficiente l’indicazione nominativa del proponente, la specificazione del tipo di attività e di luogo di svolgimento (le verifiche sulla idoneità verranno attuate da UEPE  (Ufficio per L’Esecuzione Penale Esterna) e/o da organi di polizia e comunicate a Magistrato/Tribunale di sorveglianza competenti).

Come si può intervenire per incrementare il numero delle realtà disposte a impiegare detenuti?
Confido che le bellissime realtà formative/lavorative avviate all’interno dell’Istituto della Dozza servano da stimolo e volano moltiplicativo di similari esperienze utili alla persona e alla società. Cito ad esempio il laboratorio per il disassemblaggio dei rifiuti da apparecchiature elettriche “RAEE” e il laboratorio di sartoria in collaborazione con Cooperative locali, l’officina di produzione meccanica seguita, in particolare, da una Fondazione e da Imprese di importanza internazionale (convenzione “Fare impresa in Dozza”), prevedenti anche l’assunzione delle persone occupate una volta scarcerate. Può contribuire all’auspicato incremento il dare massima pubblicità a questi interventi e far partecipare il più possibile i ristretti, anche in permesso premio, alla vita cittadina perché si promuova la conoscenza del detenuto non come altro rispetto al corpo sociale e si fortifichi la cultura di accoglienza che è sempre stata tradizione della città di Bologna.

Quale ruolo può assumere il Terzo Settore?
Penso che il terzo settore abbia la capacità di svolgere un compito determinante e molto incisivo, allargando le possibilità di impegno dei detenuti e dei condannati in misura alternativa in attività a favore della collettività e, soprattutto, svolte con la collettività, anche per una maggiore valorizzazione del sé positivo della persona. Dare impulso a progettualità socialmente utili di reinserimento che non si fondino in attività lavorative, ma che siano ugualmente significative, è un contributo decisivo per allargare l’orizzonte troppo spesso angusto dell’applicazione dei benefici penitenziari. In particolare nello scorso anno si sono avviate nuove esperienze di detenuti in permesso premio e di ammessi a misure alternative che hanno avuto luogo in circoli culturali/ricreativi, parrocchie e strutture ospitanti soggetti disabili, con piena soddisfazione per tutte le persone coinvolte, al di fuori di logiche paternalistiche, ma all’insegna di una condivisione autentica dei migliori valori espressi dalla nostra cittadinanza. Il progressivo aumento di queste realtà, da mettere in rete nell’area dell’esecuzione penale anche con il supporto istituzionale (vedi progetto Cittadini sempre, a cura della Regione e della Provincia nonché il recente rinnovato impegno in Comune del Comitato Locale per l’esecuzione penale adulti a Bologna), potrà sicuramente migliorare qualitativamente l’espiazione della pena nei suoi momenti trattamentali esterni e contribuire a fare decollare i percorsi alternativi alla pena, soprattutto per i molti reclusi portatori di grave disagio sociale ed emarginazione.

 

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