Il lavoro per i detenuti come norma di legge

Esistono precise norme di legge che definiscono il lavoro come elemento principale del trattamento penitenziario, in quanto esso abitua il detenuto a svolgere un’attività produttiva, contribuisce al suo sostentamento ed eventualmente fornisce una fonte di sostegno economico alla famiglia, ma soprattutto favorisce l’acquisizione di una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e del proprio ruolo sociale. In particolare parliamo degli articoli 20, 21 e 48 dell’ordinamento penitenziario del 1975 e della più recente legge Smuraglia.

Il lavoro come elemento importante di riabilitazione e reintegrazione sociale. Dentro al carcere, fuori dal carcere e mentre si è in regime di semilibertà. Può sembrare banale, oppure una buona prassi affidata alla sensibilità delle politiche sociali regionali, invece è uno strumento definito per legge come “obbligatorio”. A regolamentare normativamente il tema del lavoro, ci pensa l’ordinamento penitenziario con la Legge n. 354 del 26 luglio 1975, che all’art. 15 individua il lavoro come uno degli elementi del trattamento rieducativo stabilendo che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurata un’occupazione lavorativa.
L’art. 20 della stessa legge definisce le principali caratteristiche del lavoro negli istituti penitenziari:

  • è obbligatorio, per cui negli istituti penitenziari deve essere favorita la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale. In questo senso possono essere stipulati rapporti con aziende pubbliche o con aziende private convenzionate e con la Regione al fine di istituire all’interno degli istituti lavorazioni organizzate o corsi di formazione professionale
  • non ha carattere afflittivo, cioè non rappresenta un inasprimento della pena ma è considerato come una forma di organizzazione necessaria alla vita della comunità carceraria
  •  è  remunerato, e il compenso è calcolato in base alla quantità e alla qualità di lavoro prestato, in misura non inferiore ai 2/3 del trattamento economico previsto dai contratti collettivi nazionali. Sono riconosciute, inoltre, le medesime garanzie assicurative, contributive e previdenziali di quelle previste in un rapporto di lavoro subordinato
  •  l’organizzazione e i metodi devono riflettere quelli della società libera, per preparare i detenuti alle normali condizioni del lavoro libero e favorirne il reinserimento sociale.

L’art. 21 definisce invece i criteri per il lavoro all’esterno del carcere, che non deve essere considerato una misura alternativa alla pena, ma più una forma di permesso, per consentire al detenuto di uscire dall’istituto per svolgere attività lavorativa o frequentare corsi di formazione professionale. Può essere previsto per detenuti definitivi per reati comuni, senza alcuna limitazione relativa alla posizione giuridica e al periodo trascorso in carcere, per detenuti condannati alla pena della reclusione per uno dei delitti indicati nel comma 1 dell’art. 4 bis, dopo 1/3 della pena e comunque non oltre 5 anni, e anche per detenuti condannati all’ergastolo, dopo l’espiazione di almeno 10 anni. Anche lo straniero detenuto senza permesso di soggiorno e senza documento di identità in corso di validità può essere ammesso, quando ricorrono gli altri presupposti, al lavoro all’esterno e alle misure alternative alla detenzione. Il detenuto che lavora all’esterno deve seguire un percorso prestabilito, deve rispettare un orario imposto e fuori dal carcere non si può intrattenere con persone estranee, eccetto i familiari stretti. La decisione per accedere al lavoro esterno dipende da una disposizione della direzione del carcere.

Il concetto di semilibertà è invece regolato dall’art.48 che recita: “Il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato e all’internato di trascorrere parte del giorno fuori dell’istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale. I condannati e gli internati ammessi al regime di semilibertà sono assegnati in appositi istituti o apposite sezioni autonome di istituti ordinari e indossano abiti civili”.

Nell’ultimo decennio sono stati introdotti nuovi strumenti normativi per la creazione e la gestione del lavoro di persone in esecuzione penale. In particolare la Legge n. 193 del 22 giugno del 2000 – c.d. legge Smuraglia – che offre agevolazioni fiscali e contributive per le cooperative sociali e le imprese che assumono detenuti sia all’interno degli istituti penitenziari sia nel lavoro all’esterno con l’art. 21. Prima dell’approvazione della legge Smuraglia, le norme sul lavoro in carcere non avevano portato grandi benefici in termini di rieducazione, poiché a conti fatti, senza misure di sostegno non consentivano di creare reali opportunità occupazionali, a fronte di un progressivo aumento della popolazione detenuta. Inoltre non era ipotizzato che le attività produttive fossero gestite con criteri di gestione imprenditoriali o con figure in grado di relazionarsi in maniera competente e stabile con il mercato del lavoro. Non c’erano in sostanza misure sufficienti a convincere imprese pubbliche, private e del privato sociale a trasferire tutte o parte delle proprie lavorazioni all’interno delle mura carcerarie. Attualmente, invece, con la legge Smuraglia, le aziende pubbliche e private e le imprese del privato sociale (prevalentemente cooperative sociali e loro consorzi) che organizzano attività produttive con l’impiego di detenuti possono usufruire di sgravi contributivi per l’assunzione di detenuti in semilibertà o ammessi al lavoro all’esterno, e un credito d’imposta mensile per ogni detenuto assunto o inserito in programmi di formazione con finalità di assunzione.

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