In ascolto dell’urlo silenzioso dei bambini e delle bambine testimoni di violenza

Silvia Carboni, responsabile del servizio specialistico di psicologia della Casa delle Donne di Bologna racconta come i piccoli vittime di violenza assistita possano uscire dall'abisso

La violenza assistita è un grave fenomeno che colpisce le persone di minore età. È direttamente connessa alla violenza domestica intrafamiliare e alla violenza di genere. Benché nell’ultimo decennio sia aumentato sensibilmente il livello di attenzione nei confronti di questo problema, il trauma dei molti bambini, bambine, ragazzi e ragazze che ne sono vittime risulta essere quasi ‘invisibile’, perché se ne parla poco, e dunque è scarsamente conosciuto, o  minimizzato.

La violenza assistita rappresenta la seconda forma di maltrattamento più diffusa nel nostro Paese, secondo la ricerca epidemiologica sul maltrattamento compiuta da Cismai, Terre des Homme e Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del 2015. Infatti su 100.000 minorenni maltrattati in carico ai servizi sociali, il 19% dei bambini e ragazzi sono vittime di violenza assistita, questo significa che 1 bambino su 5, fra quelli seguiti per maltrattamento è testimone di violenza domestica intrafamiliare, in particolare sulle madri. Ma i numeri sono sicuramente più alti […]
Gloria Soavi, presidente CISMAI, Documento sui requisiti minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri.

Cos’è la violenza assistita

Per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte della/del bambina/o e adolescente qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica e atti persecutori (c.d. stalking) su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni.
CISMAI – Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia.

L’esposizione alla violenza assistita può essere diretta o indiretta. Nel primo caso il/la minore vede o sente la violenza subita da un proprio caro – generalmente la madre – nel momento in cui è agita da parte del maltrattante. Nel secondo caso  il/la minore prende coscienza della violenza che si è consumata attraverso la lettura dei segni che questa lascia: contusioni, ferite sul corpo; alterazioni nel comportamento delle figure di riferimento e nelle routine familiari; suppellettili danneggiate. Non solo, molto spesso i testimoni di violenza assistita subiscano a loro volta, in prima persona, maltrattamenti fisici e/o psichici. Esiste poi quello che è in assoluto il caso peggiore: riguarda i cosiddetti orfani speciali, cioè i minori che hanno perso entrambi i genitori per un femminicidio-suicidio (rarissimo è il contrario), o per un femminicidio e la contestuale carcerazione del padre. Tra loro ci sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze hanno assistito direttamente al delitto. Vedere l’uccisione del genitore, per di più ad opera dell’altro genitore, porta con sé conseguenze gravissime. (Per approfondire questo tema si può leggere il libro ORFANI SPECIALI. Chi sono, dove sono, con chi sono. Conseguenze psico-sociali su figlie e figli del femminicidio di Anna Costanza Baldry)

Il fenomeno della violenza assistita nelle sue varie forme è purtroppo in crescita. Nonostante l’aumento di consapevolezza sulla violenza nei confronti delle donne abbia prodotto una maggiore seppur lieve capacità di prevenire o gestire il fenomeno e dunque una diminuzione degli episodi a livello generale; è pur vero che, secondo i dati dell’ultimo rapporto ISTAT sulla violenza di genere, è aumentato il numero di maltrattamenti a cui i figli hanno assistito: il 65,2% nel 2014 contro il 60,3% rilevato nel 2006.

Il numero delle violenze domestiche cui i figli sono stati esposti è salito al 64,8% rispetto al 60,3% del 2006. In particolare, hanno assistito alla violenza raramente nel 16,3% dei casi, a volte nel 26%, spesso nel 22,5% (nel 2006 erano rispettivamente 16,3%, 20,5% e 21,4%). Nel 23,7% dei casi, inoltre, i figli sono stati anche coinvolti nella violenza, (15,9% nel 2006), in particolare l’11% ne è stato vittima raramente (6,7% nel 2006), l’8,1% qualche volta (4,6% nel 2006) e il 4,6% spesso (4,2% nel 2006).
Fonte: ISTAT | Indagine sulla sicurezza delle donne 2014

Canzone dei bambini che aspettano

 

I bambini che aspettano

hanno il cuore contuso.

Contano i giorni

solo fino a dieci.

Poi ricominciano con voce più fioca.

 

I bambini che aspettano

hanno gli occhi d’attesa.

Si gonfia a ondate

e sfrangia nell’intrico dei motivi

che buttano carbone nella calza.

 

I bambini che aspettano

inventano storie

di mostri e giganti

danzanti nella giungla dei padri

e loro no, non possono capire

– si sa, sono piccoli –

 

ma devono annidarsi

(i giganti, s’intende)

da qualche parte del corpo.

O in qualche scontro

o in qualche dose

o in qualche bottiglia spezzata.

Nel guardie e ladri spinto

che appunto sanno i grandi.

In tutto il non amore che

avvelena le notti

In tutto il non amore che

tradisce l’attesa

In tutto il non amore

che un bambino non contempla

che un bambino non prevede

ma che può imparare.

 

Elena Buccoliero,
Direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati

"La stanza di Alessandro". A Bari una installazione sulla violenza assistita.

Fonte video: canale youtube Puglia Puglia in | A Bari una installazione realizzata da Save the Children sulla violenza assistita. Video del percorso dell’esenziale della campagna “Abbattiamo il muro del silenzio!” per sensibilizzare sul fenomeno della violenza assistita. La campagna è stata lanciata da Save the Children a luglio 2018. Video realizzato dall’agenzia creativa L’Ambasciata.

La prima reazione umana di fronte alla violenza che esplode all’interno di una famiglia è quella di chiudere gli occhi, proteggersi dalla consapevolezza di quello che sta accadendo. Chiudere gli occhi, tappare le orecchie, nascondersi. […]
Ma questa reazione, naturale, istintiva, lascia su di sé un lungo strascico di dolore che richiede grande attenzione da parte degli adulti che si occuperanno di accompagnarli fuori da quel nascondiglio che non li ha protetti.
Filomena Albano, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, CISMAI, Documento sui requisiti minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri.

Gli effetti e i rischi della violenza assistita

Le piccole vittime di violenza assistita portano con sé conseguenze negative immediate e lungo tutto l’arco della vita. I danni ai quali sono esposte riguardano la sfera fisica, psicologica ed emotiva, la personalità, i comportamenti le relazioni. Tutta la salute del minore è compromessa.

Ecco alcuni degli effetti più noti – scientificamente e clinicamente provati – che possono colpire coloro che hanno subito/subiscono queste forme di maltrattamento:

  • sentirsi cattivi, responsabili, colpevoli e impotenti di fronte al genitore maltrattato e a una situazione che non si comprende né si può o si riesce a gestire
  • depressione
  • bassa autostima
  • ansia
  • aggressività
  • scarsa capacità di gestione della rabbia
  • stati di agitazione ed irrequietezza
  • minori competenze sociali e relazionali
  • minori abilità motorie,
  • alterazioni del ritmo circadiano e sonno disturbato da incubi o enuresi notturna
  • propensione alla somatizzazione
  • minori capacità empatiche
  • comportamenti regressivi
  • comportamenti autolesionisti
  • disturbi alimentari
  • bullismo
  • Dipendenze (alcol e sostanze)
  • minore o scarso rendimento scolastico a volte associato a problemi di apprendimento
  • comportamenti adultizzati, di accudimento e protezione verso la persona di riferimento maltrattata
  • riproducibilità del modello relazionale vissuto  fatto di violenza, potere, sopraffazione, con il rischio per i maschi di diventare a loro volta adulti maltrattanti, e per le femmine di diventare a loro volta vittime.

Data la complessità del fenomeno e le conseguenze che si trascina dietro compromettendo la salute e la buona vita, è necessario farsi carico delle vittime attraverso percorsi di protezione, cura e riparazione del trauma particolarmente attenti e mirati.

I percorsi di uscita dalla violenza assistita e di riparazione del trauma

La violenza assistita non è una questione locale o ancor peggio familiare.
Essa chiama a una responsabilità collettiva della quale le istituzioni tutte si devono far carico per eliminare quella paura dagli occhi dei bambini.
Gianmario Gazzi, Presidente Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali, CISMAI, Documento sui requisiti minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri.

Abbiamo voluto far luce questa forma di violenza fortemente lesiva dei minori di cui si parla poco. E abbiamo voluto approfondire come il Terzo settore locale si prende cura delle piccole vittime. Perciò abbiamo contattato Silvia Carboni – responsabile del servizio specialistico di psicologia della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Portandoci la sua esperienza, la dottoressa ci racconta anche uno spaccato di attività dell’Associazione che quest’anno compie 30 anni, e dal 2001 si occupa anche di tutto ciò che riguarda le persone di minore età coinvolte nel fenomeno della violenza intra-familiare.

Come la Casa delle donne si prende cura delle vittime di violenza assistita

Come Casa delle donne accogliamo nelle nostre strutture donne vittime di violenza e i loro figli.

Per noi accoglienza significa tante cose:

  • Costruzione di un percorso di riconoscimento della violenza subita insieme alle donne che ne sono state vittime
  • Ospitalità, laddove è necessaria un’ospitalità protetta
  • Costruzione di un percorso di protezione, anche quando ci solo alternative all’ospitalità protetta.

Dopo questa fase, prioritaria e imprescindibile, nell’ambito del servizio di psicologia che io coordino, attiviamo dei percorsi di psicoterapia sia per le donne vittime di violenza, sia per i loro figli che hanno subito varie forme di maltrattamento, tra cui rientra anche la violenza assistita. Si lavora sia dal punto di vista della relazione mamma-bambino, sia dal punto di vista del bambino rispetto ai suoi vissuti traumatici all’interno delle relazioni familiari. L’obiettivo è di dar loro la possibilità di riconoscere, mostrare, far emergere, esprimere ed elaborare le esperienze per poi riparare.

La possibilità di essere in un contesto protetto e non esposto più a situazioni di violenza – come le case di emergenza e le case rifugio – è il primo tassello che permette già un primo passaggio verso il miglioramento dello stato emotivo della mamma e dei bambini. Da lì si può iniziare a lavorare su un percorso di uscita dalla violenza. Le mamme e i bambini trovano uno spazio d’accoglienza e d’ascolto dove poter esprimere liberamente ciò che è accaduto, essere credute, poter avere un contenimento e una ri-significazione dell’esperienza traumatica che hanno vissuto.
Da questo punto di vista curiamo particolarmente tutta la sfera educativa che si fa nelle nostre case di ospitalità, perché nel modello di intervento nei casi di violenza assistita è molto importante  il lavoro che fanno le educatrici con i bambini, le bambine e le loro mamme. Questo infatti dà loro la possibilità di sperimentare un modello relazionale alternativo a quello violento che hanno vissuto. Da lì si può ripartire.

Il lavoro sulla riparazione del trauma e il superamento di un modello relazionale dove agisce la violenza.

I bambini esposti a situazioni di maltrattamento si trovano a sperimentare un attaccamento alle figure genitoriali dove purtroppo la violenza fa parte della relazione d’attaccamento stessa. Imparano a vedere da una parte una mamma spesso in difficoltà e un papà che agisce un maltrattamento nei confronti della mamma, con un comportamento pericoloso. Questo modello giocato tra la pericolosità e l’essere vittima viene introiettato dal bambino che poi lo porta con sé anche nel modo di vivere le altre relazioni. È dunque un elemento importante di cui farsi carico per cercare di aiutarli, sia come elemento educativo, da un punto di vista della relazione mamma-bambino, sia da un punto di vista psicologico.

Il nostro lavoro è sostanzialmente diretto alla riparazione del trauma e del modello che il bambino si costruisce nello stare in una relazione che per diverso tempo è stata traumatica.

In queste situazioni il maltrattamento non avviene 24 su 24 tutti i giorni. Ci sono momenti in cui c’è anche una relazione sufficientemente buona che si alternano ad altri momenti in cui è presente il maltrattamento, o il bambino assiste alla violenza di un genitore nei confronti dell’altro. Quindi il mondo del bambino è caratterizzato da tutti questi aspetti che naturalmente creano confusione, perché si trovano a confrontarsi con un genitore che in tanti momenti è affettuoso e poi, improvvisamente, diventa pericoloso.

Sicuramente ogni bambino e ogni bambina ha un percorso a sé, perché ci sono tanti elementi che concorrono a tracciare il quadro del singolo:

  • quanto tempo e in quali età il bambino è stato esposto alla violenza
  • le tipologie di violenza alle quali ha assistito
  • la gravità degli episodi di violenza
  • quali altre figure di riferimento possono avere avuto un ruolo nella vita relazionale del bambino al di là delle figure genitoriali, giocando un fattore protettivo nei loro confronti (es. la scuola, lo sport, la parrocchia, gli amici, la famiglia allargata).

Dare al bambino la possibilità di esprimere le emozioni, le sensazioni, il malessere, anche l’ambivalenza nei confronti della situazione familiare che si è vissuta è sicuramente il primo elemento fondamentale dopo la fase di protezione. Trovare degli adulti che accolgano, ascoltino e aiutino a dare anche un nome alle cose vissute è estremamente riparativo per i bambini. Si possono ottenere dei buoni risultati.

Il lavoro con i papà

Laddove possibile, c’è un altro aspetto del percorso che mi preme raccontare per la sua importanza: il lavoro che viene portato avanti con i papà per portarli al riconoscimento della loro responsabilità nell’agito violento e le relative conseguenze traumatiche. Per questo sono stati aperti dei centri per gli uomini maltrattanti. Su Bologna ci sono Senza Violenza (associazione) e LDV (Ausl) con cui noi collaboriamo molto nell’ottica dell’intervento e riparazione degli esiti della violenza assistita sui bambini.

 

Il lavoro di rete sul territorio

Per aiutare le vittime di violenza assistita è certamente necessario un approccio multidisciplinare che coinvolge diversi soggetti, con diverse competenze e diversi ruoli che, agendo insieme, portano avanti l’obiettivo di tutelare il minore.

Da molti anni lavoriamo con le istituzioni, la parte politica e con i tecnici – sanità, scuole – su queste tematiche sia perché è importante avere dei protocolli integrati tra settori e tra servizi che aiutano tutte le parti a intervenire in maniera adeguata, sia perché così si definisce bene il ruolo di ciascuno in termini di obiettivi e in termini di confini e aspettative. Un approccio di questo genere, aperto al confronto e all’ascolto reciproco e rivolto al raggiungimento di obiettivi comuni facilita il lavoro e nel tempo ha migliorato la capacità di rispondere a queste situazioni.

Fin ora ho parlato di tutto ciò che facciamo quando emerge la necessità per le vittime di fuoriuscire dalla violenza. C’è però tutta un’attività di prevenzione  e sensibilizzazione altrettanto importante che portiamo avanti di anno in anno, in particolare con le agenzie educative. Lavoriamo con gli insegnanti di ogni ordine e grado perché queste situazioni emergono ad ogni età. E lavoriamo con le classi delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Non sempre è possibile lavorare in questi ambiti purtroppo, ma cerchiamo per quanto possibile di attivare una rete che ci permetta di ampliare e stimolare questo tipo di sensibilità. Qui a Bologna siamo molto fortunati perché c’è una comunità di insegnanti piuttosto sensibili con i quali lavoriamo bene.

 

Aspetti da migliorare

Come ho appena detto abbiamo la fortuna di vivere in un territorio particolarmente attento a questi temi. Il terzo settore, di cui anche noi facciamo parte, lavora tantissimo e lo fa con delle istituzioni e una politica attente, attive, presenti. C’è coordinamento, c’è dialogo, c’è una prospettiva comune.
Ma come ogni cosa ci sono sempre margini di miglioramento.
Credo ci sia la necessità di avere una maggiore formazione specialistica sugli esiti della violenza assistita, rivolta in particolare al personale educativo e volontario dei vari contesti. Penso agli educatori presenti durante gli incontri protetti, al personale educativo delle comunità mamma/bambino ad esempio, ma non solo.
Da un punto di vista politico sarebbe opportuno che venissero fatti ancora investimenti importanti su tutti questi temi. Per aiutarci a lavorare non solo sulla riparazione, ma anche a livello culturale, per prevenire.
La violenza di genere non è una patologia, è un problema strettamente culturale, legato proprio al ruolo della donna e dell’uomo, a stereotipi di genere che bloccano l’essere donna e l’essere uomo all’interno di determinati modelli stereotipati che poi si manifestano con varie forme di violenza. È chiaro che la violenza assistita si inserisce in questa cornice. Nel momento in cui un bambino assiste a una scena in cui il papà maltratta la mamma, assorbe un modello di come debbano essere un uomo e una donna, un papà e una mamma che andrà a influenzare anche il pensiero che avrà il bambino o la bambina nel diventare adulto/a e nel suo modo di stare nelle relazioni sia con il maschile sia con il femminile. Dunque un investimento nella prevenzione sarebbe particolarmente importante e significativo.
Questi temi dovrebbero essere inseriti nei programmi formativi già dalle materne ed elementari. Perché educare al rispetto dell’altro – chiunque esso sia con tutte le sue caratteristiche – è fondamentale. Permetterebbe di far cominciare a riflettere i bimbi sul concetto di libertà e sul valore delle differenze, che sono una ricchezza e invece troppo spesso vengono presentate dagli adulti come limiti.
Fare cultura è prevenire.

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