Intervista a Impronta Etica, agenzia di promozione di della cultura della responsabilità sociale

Parla con noi Maria Luisa Parmigiani, Segretario Generale di Impronta Etica e responsabile sostenibilità del Gruppo Unipol

 Impronta Etica è un’associazione senza scopo di lucro costituitasi nel 2001 per la promozione e lo sviluppo della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa (RSI). Tra i soci di Impronta si annoverano le principali imprese e cooperative bolognesi e nazionali: Ancid – Associazione Nazionale Cooperative fra Dettaglianti Conad, ATC, Camst, Conad, Coop Adriatica, CoopFond di Legacoop, Granarolo, SCS Consulting, Cadiai, Consorzio Cooperative Costruzioni, CMB Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi, Coesia, Coop. Ansaloni, Coop Consumatori nord Est, Coop Costruzioni, EmilBanca, Gruppo Hera, Homina, GD – Immobiliare Grande Distribuzione, IMA – progettazione e produzione di macchine automatiche per il confezionamento, Indica -consulenza per la sostenibilità, Manutencoop, Mediagroup98, NordiConad, Obiettivo Lavoro, Romagna Acque – Società delle Fonti, Gruppo Unipol.

Abbiamo chiesto al Segretario Generale di Impronta, Maria Luisa Parmigiani, di raccontarci la RSI di Bologna.

 

La RSI bolognese, manca il contesto
Riguardo alla RSI l’Emilia-Romagna di fatto è meno evoluta rispetto alla Lombardia. Il tema RSI in Emilia-Romagna e in particolare a Bologna è sempre stato trattato in maniera residuale e limitato a pratiche di donazione o devoluzione. Tendenzialmente il rapporto fra impresa privata e associazionismo a Bologna è sempre stato culturalmente diverso rispetto a quello del nord Italia e di Milano che è di matrice tipicamente europea.

Questa differenza è dovuta storicamente alla forte presenza del movimento cooperativo a Bologna ossia della presenza strutturale sul mercato di un’organizzazione lavorativa ibrida tra profit e non profit. A questo riguardo occorre considerare che la RSI si sviluppa per emulazione e per fini di accreditamento sul mercato, è per questo che nel territorio bolognese le grosse imprese business to business e lontane dal servizio alla persona, come per esempio le metal meccaniche, non hanno rilevato il vantaggio aggiuntivo di perseguire questa strategia vista la presenza significativa di soggetti istituzionalmente costituiti proprio per ricoprire questa funzione.

Di fatto non si sono effettivamente verificate le condizioni per innescare quel meccanismo di emulazione di mercato che invece si è sviluppato altrove. Ci sono, sì, storie singolari qui a Bologna, come è il caso di Coesia e della famiglia Seragnoli, che rimangono però legate a scelte “distintive” di stile nella relazione con la comunità.

A Milano, innanzitutto, ci sono sedi italiane di multinazionali da cui viene mutuato un modello di RSI consolidato che è quello del volontariato di impresa. L’esperienza milanese di RSI nasce in IBM  e si diffonde nel settore con il modello renting a manager e il modello del coaching per i giovani talenti. La seconda condizione che ha dato l’impronta al modello milanese di RSI è la presenza di Cecile una rete europea di promozione del volontariato d’impresa che si è fatto carico di diffondere una certa cultura di RSI. Soggetto e funzione che qui a Bologna storicamente e concretamente è mancato.

Da questo punto di vista la grande differenza tra le realtà milanesi e quelle bolognesi è innanzitutto di dimensioni. L’impresa che fa volontariato deve avere la capacità di assorbire la perdita di personale produttivo, cosa che ha sicuramente una multinazionale ma che tendenzialmente non ha l’azienda nazionale seppur grande. E poi c’è una differenza di tipo culturale: il dipendente aziendale è impegnato nel sociale singolarmente e tende a non volerlo fare per la propria azienda, la proposta da parte dell’azienda di fare volontariato solitamente viene vissuta dal dipendente come un invasione di campo del proprio tempo libero.

Impronta, due anni fa, ha svolto una ricerca sul grado di consapevolezza riguardo alla RSI coinvolgendo LegaCoop e Unindustria. È emerso che nel settore delle grandi imprese industriali non c’è un modello, si lavora in maniera specifica e contingente; nel settore delle cooperative, invece, la RSI viene gestita a livello di sistema.

La grande industria non ha mai presidiato questo tema e Impronta ne ha avuto un riscontro concreto su alcuni progetti in cui sono state coinvolte alcune grandi imprese del territorio, per esempio il progetto Gaia – Green Areas Inner-City Agreement (Comune di Bologna) e il progetto MicroKyoto Imprese (Provincia di Bologna). Da questo punto di vista stanno dimostrando una maggiore consapevolezza i giovani imprenditori e le giovani imprenditrici. Per esempio Confindustria Giovani ha fatto un percorso interessante sul bilancio sociale e sta dando segnali positivi di attenzione e cura di questi temi.

A Bologna rispetto alla RSI non c’è innovazione ma ci sono singoli movimenti interessanti.

Tendenzialmente la cultura industriale a Bologna continua ed essere “la Meccanica”, per capirci, anche se si possono trovare buone pratiche “indotte”.  In questo momento sto pensando a IMA come modello, anche se indirettamente, virtuoso rispetto alla RSI. In questi casi il livello di qualità è, e deve mantenersi, talmente alto che il presidio di questi temi diventa un  elemento di produttività, di qualità e di posizionamento. È, in sostanza, il mercato internazionale che induce la grande azienda a lavorare strategicamente sulla RSI: sono le multinazionali clienti che lo richiedono.  In questa prospettiva si può pensare anche a Marchesini Group e a Carpigiani Group.

Anche le grandi imprese cooperative che nel 2000 erano eccellenze a livello nazionale, non hanno saputo investire sui temi della responsabilità sociale e della sostenibilità ambientale come invece hanno fatto le multinazionali, e ora non fanno più cose che si riescono a distinguere. Al contrario le multinazionali, proprio in conseguenza della crisi, hanno preso la rincorsa su questi temi, hanno identificato in questi temi una strategia di resilienza, di resistenza.

Va detto che in Emilia – Romagna, e più in generale in Italia, mancano politiche pubbliche di promozione e sviluppo della RSI e dell’innovazione s’impresa legata alla RSI. Lo stesso Muzzarelli, Assessore regionale alle attività produttive molto attento e competente rispetto a questo, con il Fondo Ingenium ha scelto di concentrarsi sull’innovazione digitale, seguendo un approccio più tradizionale e di vecchio stampo.

E poi, come già detto, qui a Bologna manca l’influenza europea, cosa che invece possiamo trovare a Milano.Manca proprio il contesto per una cultura e una innovazione nella RSI, anche nelle eccellenze imprenditoriali. Pensiamo a Yoox, l’emblema delle start-up innovative che ha conquistato il mondo. Marchetti, il fondatore, è un genio e rappresenta il business contemporaneo ma nel suo modello aziendale, di estremo successo, non troviamo l’ombra di RSI neanche ai livelli “a norma” come per esempio le emissioni per consegna. Il Comune di Bologna, quindici anni fa ai vertici dell’innovazione RSI, è ormai completamente assente su questo piano.

Quello che voglio dire è che la RSI la fa soprattutto il contesto in cui si colloca l’impresa e ad oggi, la governaceterritoriale sta facendo altre scelte e andando in altre direzioni.

 

Esperienze di RSI a Bologna
Le pratiche di RSI del bolognese sono principalmente la partnership e la donazione e il tratto distintivo è la resistenza ad uscire dal cooperativismo per entrare nel  volontariato puro.

La prima grande impresa cooperativa a scegliere la via della RSI a Bologna è stata la Coop Adriatica con le devoluzioni dei punti in solidarietà. È stata una strategia innovativa in Italia di devoluzione solidale che contiene anche un prodromo della mobilitazione dei dipendenti, anche se ancora debole, perché sono i soci attivi e i dipendenti volontari che verificano i risultati della devoluzione.  Altra esperienza importante di Coop è stata quella della partnership con le cooperative di Libera Terra relativo al prestito di competenze: mando i tecnici Granarolo a insegnare alla cooperativa di Napoli a fare la mozzarella.

Poi c’è la Granarolo, la prima azienda italiana a fare co-marketing con la Ong Medici Senza Frontiere quando ancora non esisteva la pubblicità progresso. È stata una antesignana offrendo a Msf i propri canali pubblicitari consentendo quindi al messaggio di Msf di muoversi nella sfera della comunicazione commerciale e di ottenere così un risultato esponenziale. Sempre la Granarolo ha lanciato il mach giving, di nuovo nell’ottica della devoluzione: per ogni dipendente che fa una donazione a un’associazione, l’azienda ne farà un’altra di una % maggiore ossia l’azienda fa una donazione ai soggetti che i propri dipendenti ritengono validi.  Esperienze molto forti e innovative ma che non coinvolgono mai i dipendenti perché nella cultura cooperativa i dipendenti sono già impegnati socialmente dal modello organizzativo stesso.

E infine chiaramente non possiamo non ricordare l’esperienza di Coesia con “Il Quadrifoglio”: una partnership pubblico-privato ad alto profilo sociale in ambito carcere. Ma anche in questo caso non siamo nell’abito del volontariato di impresa ma del prestito di competenze con una valenza sociale.

 

La RSI di Unipol
Qui a Unipol abbiamo provato ad organizzare degli eventi di volontariato aziendale inizialmente con timidi risultati per poi gradualmente raggiungere qualcosa per noi di significativo.

Nel 2011 in accordo con Lega Ambiente abbiamo organizzato volontariato aziendale nelle giornate  “Ripuliamo il mondo”; abbiamo lavorato sul cambiamento climatico riducendo le emissioni; abbiamo incrementato i parchi urbani piantando 12.000 alberi in un anno.

Abbiamo individuato le maggiori resistenze da parte dei lavoratori ad aderire alle iniziative nella mancanza di consapevolezza del proprio ruolo attivo in un organizzazione cooperativa, quale è Unipol; nella resistenza psicologica nel contaminare il proprio tempo libero con il tempo aziendale; nella mancanza del sentimento di responsabilità diretta nell’iniziativa solidale, da questo punto di vista è stato indicativo il fatto che si erano iscritti il doppio dei dipendenti che poi si sono presentati effettivamente alle attività “Ripuliamo il mondo”.

Successivamente abbiamo organizzato la raccolta del Banco Alimentare con un successo incredibile. In questo caso ai dipendenti si chiedeva denaro in prodotti alimentari e non tempo e la differenza è notevole in ambito solidarietà: ancora una volta la devoluzione ha vinto sull’impegno attivo e infatti le raccolte di donazioni per terremoto e tsunami sono andate benissimo.

L’anno successivo, in collaborazione con Stop hunger now abbiamo lanciato un progetto di impacchettamento delle razioni alimentari. L’associazione italiana è nata l’anno scorso con sede a Bologna e la logica del progetto è quella di raccogliere volontari per impacchettare cibo disidratato ad alto grado proteico da inviare nelle scuole dei Paesi sostenuti. L’obiettivo quindi non è solo di tipo alimentare ma anche di tipo educativo ossia motivare le famiglie a mandare i figli a scuola. E questa volta ha funzionato molto bene con una buona partecipazione a livello trasversale, dal funzionario all’addetto alla segreteria. Molto probabilmente la variabile efficace è statal’organizzazione del tempo del volontariato: venerdì pomeriggio dopo il lavoro, turni di un’ora.

Altra partnership che abbiamo curato è quella con BiteB – banco informatico, tecnologico e biomedico al quale devolviamo ogni anno computer perché vengano ripristinati e donati ad associazioni non profit. Ma i risultati non sono stati quelli sperati, nonostante le agevolazioni sulle spedizioni non siamo riusciti a collocare tutti i pc raccolti.

Sicuramente quest’anno ripeteremo con Stop hunger now e Lega Ambiente, con un taglio nuovo e più coinvolgente relativo alla comunicazione interna perché riteniamo il tema della cooperazione e della collaborazione fra colleghi sia un elemento importante da sollecitare e su cui lavorare nel campo della RSI. Per chi partecipa è importante e lo è anche per l’azienda.

Per saperne di più:
Impronta Etica | Integrare la CSR nella strategia aziendale
Impronta Etica | Una strategia rinnovata 2011-2014 per la RSI
Impronta Etica | Ricerche UE in ambito RSI

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