Intervista a Stefano Zamagni, economista e professore dell’Università di Bologna

zamagniI modelli che negli ultimi decenni hanno guidato l’idea di sviluppo socio-economico  rivelano oggi, in un momento storico così complesso, tutta la loro debolezza. Di fronte all’esigenza di rivedere le teorie, Stefano Zamagni – che abbiamo intervistato – fa un’analisi lucida del presente: ci parla di Economia civile  e di capitale sociale di tipo linking, cioè capace di generare connessioni. Questi, secondo il suo punto di vista, sono gli elementi fondamentali del nuovo modello economico verso il quale bisogna tendere.  Il concetto, introdotto per la prima volta dall’economista settecentesco Antonio Genovesi, si ispira al bene comune, all’eterogenesi dei fini e alla concezione antropologica dell’uomo come animale civile (Giambattista Vico). Il professore recupera questa scuola di pensiero e la ripone nell’attualità, secondo una prospettiva che lega profit, non profit, pubblico e società civile come attori diversi dello stesso tessuto sociale.

Lei sostiene e ripropone l’idea di un’economia civile di mercato, ce ne parla?
L’economia civile di mercato ci insegna che per garantire un welfare universale tutti gli attori del sistema devono collaborare. Le tre sfere – pubblico, impresa e società civile organizzata – devono mettersi in gioco, progettare insieme, condividere per massimizzare le risorse. C’è bisogno di un’imprenditorialità sociale e per realizzarla è necessario il contributo di tutte le anime della società. Il pubblico, che non ha più le risorse e la capacità propulsiva di un tempo, deve sedersi al tavolo con gli altri soggetti per concertare soluzioni nuove. Il terzo settore, abbandonando  un atteggiamento di dipendenza e sussidiarietà, deve riproporre la sua grande capacità progettuale. L’impresa, che è motore di sviluppo del territorio in cui si insedia, deve mettere in campo il suo know-how, indispensabile per generare innovazione sociale. Economia civile significa recuperare la reciprocità, concorrere insieme per lo sviluppo della società.  E il termine s-viluppo a livello etimologico significa proprio togliere i viluppi, le catene, per andare verso una libertà piena e partecipata da tutti.

 

Cosa significa per lei impresa come motore di sviluppo sociale del territorio?
Sino a tempi recenti l’idea comune era che l’impresa fosse un soggetto solamente ed esclusivamente economico, cioè un soggetto in grado di generare un valore aggiunto commerciale e quindi di provvedere all’aumento del reddito e poi della ricchezza.
La novità degli ultimi decenni in Italia è che questa visione riduzionista  non ha più senso, perché l’impresa ha capito finalmente che se non contribuisce insieme ad altri soggetti a provocare uno sviluppo anche sociale e civile del territorio, lei stessa non ha possibilità di crescere.

Perché l’impresa non può crescere senza interagire con il tessuto sociale in cui si insedia?
Perché oggi l’indice di attrattività in un territorio dipende dal capitale sociale di tipo linking che quel territorio è in grado di esibire, cioè dai soggetti che sono in grado di fare rete, di relazionarsi.
Se io sono un imprenditore intelligente ho una visione di lungo termine: capisco che posso attrarre sul mio territorio soggetti  imprenditoriali con cui sviluppare reti o allungare le filiere, e capisco che questa attrattività dipende dal grado di sviluppo del capitale sociale.  Mi chiederò quindi come io possa contribuire a fare questo. Questo spiega perché, oggi, la vecchia concezione di responsabilità sociale che corrisponde al fare filantropia è superata, anche se, purtroppo, in Italia è ancora l’idea dominante. Secondo la nuova visione, dovrei prima di tutto chiedere all’imprenditore di mettere a disposizione il suo talento e la sua intelligenza per avere idee e realizzare progetti, poi anche i soldi, ma quelli vengono dopo come conseguenza.

Ha introdotto la novità di questa epoca storica, cioè una nuova concezione della responsabilità sociale di impresa. Qual è la ricaduta pratica?
Nel momento in cui si inizia a ragionare in questi termini, chi opera nel terzo settore, in particolare nel volontariato,  bisogna che si attrezzi culturalmente e operi un cambiamento. Fin ora chi si occupa di volontariato ha sviluppato una grande expertise:  “allungare la mano, come il poveretto che chiede l’elemosina”. Bisogna fare un passo avanti e far capire che i volontari sono molto di più che dei bravi ragazzi, sono dei veri e propri  creatori di capitale sociale. Da un lato le imprese devono fare un passo avanti nella direzione corretta, dall’altro i volontari e in generale i soggetti del terzo settore devono cambiare il modo in cui sino ad oggi si sono percepiti.

Spesso il volontariato teme il mondo dell’impresa, c’è la paura di “sporcarsi le mani e la reputazione”.  D’altra parte è vero che ci sono imprenditori illuminati, ma molti altri non lo sono o non lo sono abbastanza. I due mondi, profit e non profit spesso fanno fatica ad aprirsi l’un l’altro e a dialogare per costruire insieme. Come si potrebbe agevolare questo cambio di cultura, che lei ha definito come necessario e che deve avvenire in entrambi i sensi?
L’investimento in cultura è fondamentale. Il mondo del volontariato in Italia fino ad ora ha investito troppo poco in cultura. Attenzione! Ho parlato di cultura e non di formazione. Il grande limite dei dirigenti del mondo del volontariato è proprio questo: confondono la cultura con la formazione. I corsi di formazione, di un tipo e dell’altro, sono certamente cose lecite ed utili, ma non c’entrano nulla con la cultura. La cultura è molto di più che non la formazione. È la stessa differenza tra chi studia e basta e chi si specializza anche in un apprendistato. Sono due cose diverse.
Il mondo del volontariato deve capire che non può andare avanti così ancora a lungo, non può non creare le sue “università del volontariato”. Al momento c’è un esempio soltanto a Milano. Si potrebbe fare meglio e di più, ma intanto almeno è stato un sasso nello stagno. Si è capito che senza un investimento istituzionale non si va avanti. Non basta una conferenza, non basta un ciclo di seminari, occorre strutturarsi. Dire Università vuol dire interventi di livello, cioè chi va a insegnare  non è il primo che passano per la strada oppure quello che non ha nient’altro da fare e va lì per racimolare qualche soldo. Bisogna chiamare le persone adeguate allo scopo.

È molto bello il concetto di capitale sociale di tipo linking. E sappiamo che da questo punto di vista lei considera Bologna come un territorio favorito. 
Bologna è il territorio dove, in Italia, c’è il più alto grado di capitale sociale linking. Questo termine significa capacità di collegamento. In nessun territorio fuori Bologna noi vediamo questa capacità di collegamento diventare una cosa spontanea. Qui invece è così: il mondo del terzo settore collabora con le imprese e ancora di più con gli enti locali per la realizzazione di progetti. Con ciò  non dico che tutto va bene. C’è da fare ancora molto. Ci sono convegni e iniziative  più o meno partecipate da profit, non profit e pubblico insieme. Spesso dove c’è più partecipazione c’è solo un tipo di terzo settore, come quello dei Csv che hanno una visione più allargata del panorama. Si fatica invece ad arrivare alle associazioni più piccole.

Come mai secondo lei?
I soggetti del volontariato soffrono della “sindrome delle basse aspettative”. Questo è ciò che mi avvilisce. Io ho iniziato a fare volontariato a 13 anni e posso testimoniare che questo è il vero male. Chi opera nel volontariato quasi si vergogna di dirlo. Nel confronto pubblico con gli altri spesso il volontario tace, perché non sa parlare o non sa argomentare. Trovami dieci intellettuali in Italia che condividano questa concezione e che siano disposti a difendere il volontariato. Ne trovi cinque, sei, ma non oltre. Perché gli intellettuali snobbano il volontariato. C’è un’altezzosità da questa parte ma dall’altra c’è la sindrome delle basse aspettative. Bisogna fare un’iniezione di sana consapevolezza. Tu volontario devi essere consapevole del grande contributo che stai dando non solo a te stesso ma alla società e questo ti dà la forza.

Se volessimo connettere il concetto di capitale sociale linking con le specifiche del territorio bolognese? 
Ci sono radici storiche. Nel 1257 a Bologna viene approvato il Liber Paradisus, il libro contenente la legge che abolisce la schiavitù e libera la servitù della gleba. Bologna è la prima città che abolisce la schiavitù. Poi, nei secoli successivi, vengono creati i monti di pietà e il monte del matrimonio, istituti finanziari senza scopo di lucro per sostenere persone meno abbienti. Bologna è la prima comunità che capisce che le donne devono lavorare al di fuori della famiglia. Bologna nella modernità non ha mai avuto duchi, marchesi, principi, a differenza delle provincie limitrofe. Il Bolognese medio ha nel sangue questa sorta di autonomia e d’indipendenza, non tollera di essere comandato, perché non ha mai avuto un sovrano. L’Università, che ha origine in questa città, nasce dalla società civile, non dal sovrano. È dunque evidente un’orizzontalità che prevale sulla verticalità, ed è ovvia l’idea del “farelink”, dell’associarsi spontaneamente con altri.

Il volontariato, però, soffre spesso di autoreferenzialità e trova difficoltà nel fare rete,  anche nel nostro territorio.
Torniamo al discorso di prima: è la sindrome delle basse aspettative, accade questo perché i volontari si vergognano. Per fare rete devo dialogare con te e con l’altro ad armi pari. Ma se io ho un complesso d’inferiorità dialogo solo con te: ecco l’autoreferenzialità. Il problema è di natura psicologica, bisogna aiutare il volontariato a prendere consapevolezza della sua importanza,  e a sviluppare capacità argomentative. Prendiamo un esempio: Madre Teresa di Calcutta. Lei aveva una tale consapevolezza di sé che  si considerava superiore a tutti gli altri messi insieme. Poteva andare ovunque con il suo cencio addosso a testa alta a parlare.

Leopardi, come lei ci insegna, parlava dell’invidia come tratto distintivo del carattere italiano. C’è anche nel volontariato?
Sì. Questo purtroppo è il nostro vizio capitale, l’Italia è il paese più invidioso tra quelli occidentali. È vero nella classe politica, nella classe intellettuale ,quindi anche nel volontariato. Basta vedere quanto sia multi frammentato il panorama: da noi le associazioni anziché unirsi sono spesso invidiose , si ostacolano e si perdono in forme di concorrenza stupida e sleale. L’invidia è un peccato grave, un peccato mortale, un vizio capitale.

Forse la crisi e la mancanza di fondi a cui attingere sta portando anche il volontariato e tutto il terzo settore a capire che è meglio cooperare  …
È la storia di Sodoma e Gomorra. Quando si prende una certa china, chiaramente anche un vizio capitale come l’invidia cede. Ed è l’augurio che io rivolgo a tutti i volontari. Prima di parlare male dell’altro, parlane bene! Vedrai che poi, quando arriva il tempo di parlare male, più della metà delle cose te le sei dimenticate.

 

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