La Casa nel Villaggio: un inquilino si racconta

Da agosto 2017 all’ultimo piano dello stabile del Villaggio del Fanciullo di Bologna La Casa nel Villaggio, un appartamento e un progetto di accoglienza dedicate alla possibilità di mettere in pratica le misure alternative alla detenzione.

Avevamo già parlato di questa iniziativa con la coordinatrice Elisabetta Laganà, che in un’intervista aveva illustrato il progetto nel dettaglio. Ora abbiamo incontrato uno degli inquilini, per ascoltare il racconto di chi la “casa” la abita, in prima persona. Quella di A. è una storia interessante, che tocca diversi aspetti di una vita entrata in contatto con il mondo del carcere e delle misure alternative alla detenzione.

 

Buongiorno A., come sei venuto a conoscenza de La Casa nel Villaggio? Come sei arrivato qui?
La possibilità di venire qui mi è stata data dal carcere, perché ero malato. Abito in questo appartamento da gennaio, quasi un anno, e sono riuscito a risolvere la metà dei miei problemi di salute. Il medico del carcere mi aveva firmato l’incompatibilità con il carcere a causa della malattia, e aveva chiesto al Comune se potevano riprendermi nel dormitorio. Loro hanno risposto di no perché la malattia era troppo complessa e richiedeva un impegno non sostenibile. Quando il Comune aveva detto “no” mi ero messo il cuore in pace, mi ero già fatto il calcolo di curarmi in carcere per quanto possibile. Anche perché non ho mai detto “sbaglio e non pago”. Anzi, se sbaglio lo riconosco e pago, zitto. Poi però è arrivata la dottoressa Napolitano, che è il  magistrato di Sorveglianza. Lei mi ha promesso che mi avrebbe fatto uscire (nell’ambito delle possibilità offerte dalle Misure alternative alla detenzione n.d.r.), ma non mi avrebbe rimandato sotto un ponte. Io le ho detto, “Guardi, non ho chiesto niente, ma sto già male e … qui, anche se sono solo come un cane, sono chiuso dentro quattro mura e le cure almeno me le fanno. Se torno sotto un ponte non lo so…”. Dopo un po’ di tempo sono arrivati Padre Marcello e la dottoressa Laganà che mi  hanno offerto di ospitarmi dove ora sono. Io non sapevo nulla prima di questo posto, anche perché non socializzavo molto con gli altri detenuti per capire che c’era modo di uscire.

Mi sembra di capire che prima di entrare in carcere tu non avessi una casa …
Fino al 2010 avevo fatto qualche reato allo stadio, ma mai dei grossi reati, e mai per soldi. Infatti avevo dei soldi da parte perché avevo sempre lavorato. Quindi dal 2006 al 2010 non ho fatto niente. Poi quando ho perso il lavoro e dovevo pagare l’affitto di casa … lì mi sono dato la zappa sui piedi.
Ho sempre chiesto una mano agli assistenti sociali, a quelli della bassa soglia. Ma invece di darti una mano, dicevano “sì, però …”, e in realtà per questo non si è mai impegnato molto nessuno. Nel 2016 dovevo operarmi per un altro grosso problema che avevo e per riuscire ad andare in un dormitorio sono dovuto andare alla bassa soglia, portare tutti i documenti e dire “guardate che io non sto bene”. All’epoca dormivo ai giardini Lunetta Gamberini. Io ero uscito a luglio dal carcere, ma siccome nessuno era riuscito ad aiutarmi ad avere un posto mi sono fatto fino a dicembre al freddo. Poi mi hanno trovato, non so in che modo, un posto in un dormitorio. Ma dovevi entrare la sera e uscire la mattina. Non avevi da mangiare, nulla. E non stavo neanche bene. Alla fine sono andato a fare l’unica cosa che sapevo fare e sono tornato in galera che, paradossalmente, è stata la mia fortuna, perché altrimenti non mi sarei mai accorto della malattia e ho potuto curarla. La mia paura ora è di andare via da questo appartamento e trovarmi nella stessa situazione, cosa che io non voglio, con tutta la mia volontà. Piuttosto torno a dormire sotto un ponte, ma non ho più intenzione di commettere reati. Proprio non ce la faccio più, non voglio più.

Il lavoro l’hai perso in seguito alla detenzione?
Ho fatto una cavolata che se ci ripenso … Lavoravo per una cooperativa per cui facevo l’autista. Mi mandavano molto in trasferta e la mia compagna non era molto contenta. Avevo trovato un’altra cooperativa che mi avrebbe dato addirittura 100€ in più stando a Bologna. Quando mi hanno assunto mi hanno richiesto una licenza per facchinaggio. Allora sono andato alla Questura e con i precedenti allo stadio non me l’hanno voluta rilasciare. E così sono stato licenziato. La vecchia azienda mi avrebbe anche ripreso, ma sapendo che sarei passato alla concorrenza non lo ha fatto. Da quella volta ho sempre fatto qualcosa in nero, nulla di più, ma non riuscivo a mangiare tutti i giorni. E da lì …

Ti è mai capitato, vista la situazione fuori, di percepire il carcere come un’alternativa possibile? Un posto dove almeno ci sono un tetto e un pasto?
No questo no, mai. Anche perché comunque sei più al sicuro fuori, nonostante tutto. Dentro devi stare attento a come parli, a cosa dici … Ad esempio, se mi dessi fastidio, io dentro non potrei dire “Lei mi dà fastidio”. Non lo potrei fare. Perché così è imposto. Se parli troppo rischi di prendere degli schiaffi, se parli poco rischi di essere un asociale e non hai benefici. Insomma dentro non è un posto sicuro.

Quando eri dentro facevi qualcosa a livello di giustizia riparativa?
No guarda, sono stato sempre per i fatti miei, il più possibile. Ho tenuto i contatti solo con una volontaria e solo con quella, che poi mi aiutava a tenere i contatti con la mia compagna. E ora la sento, ogni tanto viene qui a trovarmi. Ma altre cose no. Sono stato sempre abbastanza isolato, per scelta. Tant’è che non avevo mai avuto a che fare con l’UEPE prima di venire qui.
Io in carcere non ho mai creato problemi. Se hai sbagliato paghi. Se commetti un reato lo metti in conto che ti possano prendere. E lo devi riconoscere. Hai sbagliato, paghi e zitto. Ti devi prendere la responsabilità di ciò che fai. Perché poi dentro ci sono persone che invece pensano di essere dei fenomeni … Meglio starsene per i fatti propri.

Quando sei arrivato qui a La Casa nel Villaggio avevi delle aspettative? Che impressione hai avuto di questo posto?
Quando sono arrivato ero in confusione, non riuscivo a capire niente. Ero malato e lo sapevo, lo sentivo, ma non sapevo di preciso cosa avessi. Perché quando vai alle visite con gli agenti non ti dicono niente, parlano direttamente loro con i medici. Poi, quando ti ritrovi ammanettato davanti a determinati istituti di cura e ti portano a fare le visite lì, cominci a capire. E così è stato. E ho avuto paura, tanta.
Al mio arrivo qui stavo ancora scontando la pena ed ero sempre in casa, mi sono trovato discretamente con gli altri coinquilini. Nei primi mesi dovevo solo curarmi, non potevo fare molto altro, non ne avrei avuto le forze.  Poi, appena ho potuto, ho iniziato a lavorare presso la cooperativa sociale che si trova in questo stabile. Ho dato la mia disponibilità e mi hanno accolto proponendomi di lavorare quanto le mie condizioni fisiche me lo avessero concesso. Adesso sto lavorando. Uno dice è poco, però è la mia salvezza, sia a livello di impiego della giornata che a livello economico. L’opportunità mi è stata data da padre Giovanni.  Ho iniziato a capire dove mi trovassi piano piano, parlando con gli operatori. Avevo sempre chiesto una mano e nessuno me l’aveva mai data, qui me ne hanno date due.
Io qui mi trovo bene, davvero. Il problema è dopo. Ho già finito la mia pena. Tra un po’ dovrò uscire da qui e ciò che mi rimane è un dormitorio. Nonostante io abbia fatto domanda ai servizi sociali per avere una casa del Comune o qualche cosa di simile, non ho avuto altre risposte che il dormitorio. Se penso al mio trascorso, posso dire che sono finito in galera anche per mantenere la casa. Io non vorrei mai ripetere gli stessi sbagli che ho fatto fino ad ora.  La mia intenzione è quella di trovarmi un buco e un lavoretto così da non rifare più questi errori. In tutta la mia vita ho fatto dei gran danni perché sono stato dentro e fuori più volte, ma non ho mai pensato “bona, non ci torno più”. Ma poi da quando ho avuto questo problema, la mia testa mi ha detto “vediamo di cambiare”. Spero che la dottoressa Laganà e padre Giovanni possano aiutarmi a trovare qualcosa che non sia un dormitorio.

Quindi è la malattia che ti ha fatto cambiare?
Sicuramente la malattia ma, soprattutto, mia figlia. Vedi, io ho una figlia di 28 anni, che non mi rispondeva più al telefono. Già avevo in testa che dovevo cambiare, poi è arrivata anche la malattia, che ha dato un colpo secco. Ho avuto delle gran bastonate da una parte ma mi hanno fatto capire che dovevo cambiare, e questo è importante.

Dunque sei riuscito a riallacciare i rapporti con tua figlia?
Sì, grazie alla tenacia dell’assistente sociale dell’UEPE che mi ha fatto la prima telefonata – lei non mi rispondeva – e le ha detto “Tuo papà è in un momento delicato, ha bisogno di te, che tu gli sia vicino”. Mia figlia le ha spiegato le sue cose e le sue ragioni, ma poi la dottoressa mi ha detto “prova comunque a chiamare” e ora la sento tutti i giorni. La sera prima di andare a letto la chiamo.
Questo mi ha dato una buona spinta alla voglia di cambiare, anche perché è l’unica cosa buona che ho fatto nella mia vita.

Qui sei riuscito a tessere o ri-tessere delle buone relazioni con le persone?
Sì, io qui sono cresciuto, certamente. E adesso che sono libero ho ricominciato ad uscire. E magari la sera quando smetto di lavorare vado al bar e faccio due chiacchiere.
Le persone qui nell’appartamento sono quelle che vedi in carcere. Però qui le vedi con un occhio diverso. Sono arrivato che due persone le conoscevo già. Alla fine con loro è stato molto più facile avendo vissuto la stessa realtà. Poi le nostre relazioni qui, in un ambiente che non è quello carcerario, si sono modificate, sono migliorate. Ci siamo raccontati, aperti, non con tutti ma con qualcuno sì. Non so come dire, la carcerazione comprime tutto. Tanto è vero che non riuscivo a capire come fosse possibile non scoppiare quando ero così compresso.  Però sei così compresso che la tua testa ti dice “buono, stai buono, sennò scoppi”. Di socializzare là dentro non mi sarebbe mai neanche passato per la testa. Io quando arrivo in carcere stacco completamente il cervello, lo lascio giù e vengo su con della sabbia. In carcere devi fare così.
Qui magari mettiamo insieme le risorse e facciamo da mangiare insieme. Ci siamo scambiati delle competenze. E anche con gli altri che c’erano prima ci sentiamo ancora.
Ho ripreso un po’ a parlare anche con gli amici fuori. Con le amicizie non ho mai avuto problemi, almeno quelle che reputo tali, quelle che non mi hanno mai lasciato solo, neppure quando ero dentro. Mi scrivevano, mi venivano a trovare. Ma sai, sono perlopiù delle teste calde, come sono stato io fino al 2010, e molti di loro sanno cosa significhi.

Ma, rispetto a come sei stato fino al 2010, lo stare qui ti ha fatto cambiare atteggiamento, anche con gli amici?
Sì, ad esempio mi è capitato di andare allo stadio qualche volta. E se vedevo che qualcuno era in vena di fare qualche cazzata io me ne andavo via. Proprio non voglio che arrivi un poliziotto e dica “tu hai fatto questo”. Non voglio più, assolutamente. Non so se avrò ancora molti anni da vivere o pochi, ma quelli che mi rimangono li voglio passare in libertà e tranquillo, senza guardarmi dietro le spalle e vedere qualcuno che mi dice “Vieni qui che riandiamo alla Dozza”.  Però posso dire che con le mie mani io non commetterò più un reato.

Questo messaggio che stai condividendo con me e con chi ci leggerà lo hai condiviso anche con i tuoi amici?
Sì sai, al bar si parla mentre si guarda la partita. E ad esempio, domenica se decidessi di andare allo stadio, ma non so se ci andrò, io l’ho già detto che me ne vado a vedere la partita tranquillo, nei distinti. Altrimenti, se dovessi andare in curva, me ne starei certamente in alto, lontano dagli eventuali casini, perché non ne voglio più mezza. Non mi interessa più fare macello. Ho sempre approfittato del fatto di avere una forza disumana, dove andavo facevo danno, lo sapevo. Ma non c’era sempre un motivo a monte. A volte bastava che uno fosse tifoso della Fiorentina per dire.
Giorni fa mi è capitato che dei ragazzini mi prendessero in giro malamente. Gli ho detto “bona, basta” e me ne sono andato via. Se fosse capitato qualche hanno fa avrei reagito. Ora no, basta.

Insomma avevi una buona dose di rabbia da sfogare e non sapevi bene neppure perché …
Sì sì, è così. Non pensavo a perché lo facessi, lo facevo e basta, tanto per fare. Allora la testa mi diceva così. Sai quante volte la gente mi prendeva in giro per strada per come sono? E io non ci pensavo due volte.
Non sono stato a raccontarti di quando ero ragazzino fin ora ma ti posso dire che ne ho prese davvero tante. Da mio padre e da  mio nonno. Fino ai 19 anni, fino al giorno che ho deciso di dire basta. Mio nonno me le dava, non so se hai presente, con quell’attrezzo che si usa per legare gli asini al carretto. Un giorno mi son stufato e sono esploso. Gliel’ho strappato via e gliel’ho messo al collo. Se non fosse arrivato mio padre non so cosa sarebbe successo. Lì ho deciso che nessuno mi avrebbe mai più messo le mani addosso.

 Durante il tempo di questo grande cambiamento che stai vivendo, hai mai pensato al volontariato?
Sì, ci ho pensato varie volte, ma non ho mai concretizzato. Una volta che il medico mi ha detto “sei guarito” ho pensato che ora toccasse a me ricompensare qualcuno con un po’ di volontariato. L’unico con cui ho parlato veramente di volontariato è stato il mio avvocato che mi conosce da una vita e dice “A., non riesco a capire come tu sia riuscito a fare un cambiamento così. Quando ne avrai voglia ne parleremo”.
Poi sono venuti qui; ogni tanto dei volontari, quelli del carcere, ma alle volte sai, capita che ce ne siano alcuni che lo fanno tanto perché lo devono fare, perché devono fare delle ore di volontariato. E magari ti senti dare delle risposte del tipo “potevi farne anche a meno di fare certi reati, ma perché?” E non ti senti neppure di aprirti.

Se non sbaglio ora i tuoi primi obiettivi sono trovare un tetto e un lavoro …
Sì, assolutamente. Martedì devo fare la visita e poi spero di trovare un lavoro adatto alla mia condizione.  La mia intenzione è di non essere mantenuto da nessuno.  Anche stando qui, dove mi hanno ospitato, mi sembrava brutto che mi dessero anche dei buoni per mangiare, fare la spesa. Mi sentivo in colpa. Non mi sembrava giusto. Infatti dopo due mesi ho detto a padre Giovanni “Mettetemi a fare qualcosa, qualunque cosa io possa fare”. Prima, finché non stavo ancora dritto mi hanno fatto riprendere, poi piano piano ho iniziato a fare qualcosa. E da marzo lavoro tutti i giorni. Lavorare mi tira via anche da certi pensieri.

Concludendo, cosa pensi di questo posto, La Casa nel Villaggio?
Eccezionale. Ce ne fossero di posti così, soprattutto per i ragazzini che commettono reati. Sarebbe importantissimo. Perché tu non puoi mettere un ragazzino in carcere. A meno che non si tratti di reati gravissimi, nessun ragazzino andrebbe messo in carcere. Andrebbero messi in posti così. Se io raccontassi a un ragazzino dentro il carcere quello che ho raccontato a te oggi quello direbbe “grande!!! Ha fatto delle super bravate”. E invece no, non va bene. Qui siamo abbastanza liberi di muoverci e possiamo condurre una vita più che dignitosa. Per i ragazzini magari ci vorrebbe qualcuno che ti controlli un pelo di più, ma comunque nell’ambito di un posto adatto a un giovane, dove ci sia anche la possibilità di capire.
Questo posto, al di là della malattia che è il motivo per cui sono arrivato, mi ha dato una gran mano, per tutto.

 

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