La filastrocca del compleanno

Buio, oggetti, pulizia.

Ecco come si presentava la casa di Rossella. Una tipica, intima casa in cui era concentrata la sua intera esistenza. In ogni stanza si ritrovavano decine di oggetti: soprammobili kitsch, cartoline, centrini e fiori finti.

Quella mattina Rossella si alzò e, come ogni venerdì, alle undici mise a fare il caffè, prese da un cassetto la tovaglia ricamata e coprì il tavolino della cucina, poi vi posò sopra i biscotti che il giorno prima aveva preparato con cura. Le piaceva molto cucinare, forse perché il rumore dei fornelli copriva e riempiva in parte quel silenzio assordante che da tempo dominava la sua vita.

Suonarono alla porta: era Giulietta dell’Ant, la tanto attesa visita del venerdì.

Quando Giulietta entrò in casa, sentì subito il profumo di caffè che vagava per il corridoio.

Quello di Giulietta e Rossella era un appuntamento settimanale e ogni volta l’incontro si svolgeva come se entrambe stessero sempre seguendo il filo di un copione mai scritto ma imparato a memoria.

Rossella non amava affatto le sorprese e le circostanze inaspettate che disturbavano la sua quiete esistenziale. Diversi anni prima aveva infatti deciso che non sarebbe più uscita da quella casa se non per visite mediche irrinunciabili. Si era costruita la propria prigione, aveva scelto la compagnia di oggetti inanimati invece che di persone reali, convincendo se stessa di amare la solitudine che accompagnava le sue giornate tra quelle mura. La sola persona a cui era consentito l’accesso a quella fortezza fisica ed emotiva era Giulietta. Rossella non l’avrebbe mai e poi mai ammesso, ma ogni venerdì aspettava il suo arrivo con ansia. Era emozionante avere un motivo per tirare fuori la tovaglia buona e preparare i biscotti per qualcuno che non fosse se stessa. Era rassicurante avere la certezza che, almeno quel giorno, avrebbe potuto chiacchierare un po’.

Quella mattina Giulietta aveva tardato un po’. Rossella, sarcastica come sempre, non evitò di farglielo notare:

«Beh? Non sapevo venissi da Timbuktu!»

Giulietta conosceva Rossella ormai da tre anni e in tutto quel tempo aveva imparato a leggere attraverso le espressioni dell’anziana signora. Anche quella volta, la frase acida arrivò alla volontaria come un “Non vedevo l’ora che arrivassi! Sono così felice di vederti!”

Ogni frase di Rossella veniva da Giulietta filtrata automaticamente, permettendole di percepirne il reale significato.

«Come stai oggi, Rossella? »

«Bene».

«E la visita dell’altro giorno?»

«Bene. Anche se tu non c’eri.»

«Ti avevo detto che non avrei potuto accompagnarti! E poi, scusa, mi dici sempre che non ti importa se vengo o no! »

«Infatti è così. Però non c’eri.»

«È passata la dottoressa la scorsa settimana?»

«Sì, e si è anche dimenticata qui un coso! Mi ha telefonato dicendomi che glielo avrebbe riportato chi fosse passato da casa mia. Le ho risposto che in questo caso avrebbe fatto prima a comprarsene un altro».

Giulietta non rispose. Il loro rapporto era fatto così, oscillava tra le provocazioni di Rossella e le interpretazioni di Giulietta. Apparentemente sembrava non ci fosse comunicazione, ma in realtà si capivano sempre. Era il loro equilibrio.

Dopo aver preso il the ed essere andata a fare la spesa, Giulietta informò Rossella che per un mese non si sarebbero potute vedere a causa delle ferie estive. Rossella rispose: «Sopravvivrò!»

La mattina del quattordici agosto, Rossella si alzò dal letto e fece colazione. Non aveva ancora aperto le persiane, voleva stare immersa nel buio e nel silenzio. Era il suo compleanno e in quel giorno voleva essere più sola del solito.

Si spaventò quando inaspettatamente sentì squillare il telefono. Si disorientò addirittura quando distinse il suono della segreteria vocale, che le portava un messaggio.

«Ciao! Sono Giulietta, ti lascio il mio regalo qui:

Tanti auguri cara mia Rossella

Ti auguro di passare una giornata bella

Gli anni passano pian piano

Ma la tua grinta non è in vano

Precisa, puntuale e ordinata ogni giorno

Con le cose che ami sempre intorno

Ancora mille dei migliori auguri

Perché i tuoi giorni possano esser puri».

Rossella rimase immobile. Quel pensiero era tutto ciò che quel giorno avrebbe potuto desiderare. Riascoltò la filastrocca. Due, tre volte, quattro volte: era bellissima.

Quella mattina, Rossella aprì le finestre e fece entrare il sole.

Le facce del Volontariato di ANT
(Edizione 2014)

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