La giustizia riparativa in Emilia Romagna. Un convegno a Bologna

A Bologna il prossimo  18 ottobre, dalle 9 alle 18 presso la sala “20 maggio 2012” della Regione Emilia-Romagna, in Viale della Fiera 8, si svolgerà il convegno dal titolo La giustizia riparativa: realtà e prospettive in Emilia Romagna. Progettare un agire responsabile per il futuro.

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Il convegno presenta e introduce le basi teoriche e gli esempi pratici della giustizia riparativa che lentamente si sta facendo strada nella cultura istituzionale così come nella società civile. La giustizia riparativa rinnova in maniera radicale i concetti e i provvedimenti di condanna e pena in un’ottica di ricostruzione della relazione di fiducia tra chi ha commesso il reato e la società. L’approccio riparativo alla giustizia, quindi, non riguarda solo tribunali e carceri ma apre alla cittadinanza e alla comunità il percorso di rielaborazione del reato e della risposta sanzionatoria.  (Associazione Sulle Regole)

Attraverso i programmi di giustizia riparativa non si ripara il danno, ma si progettano azioni consapevoli verso l’altro, che possano ridare significato, laddove possibile, ai legami fiduciari tra le persone. (Tavolo 13, Stati Generali dell’Esecuzione Penale)

Il carcere è lo specchio della società che lo ha creato e l’immagine dell’Italia che vediamo riflessa in questo specchio è la peggiore d’Europa. (Abolire il carcere. Prove di utopia in Europa di Giuseppe Rizzo, Internazionale 1307, 17 maggio 2019, pag. 47). Impressione confermata dai dati dell’ultimo rapporto di Antigone che al 30 giugno 2019 conta 60.522 detenuti nelle 190 carceri italiane a fronte di una capienza di 50.496 persone, cifra stimata per eccesso di 3.000 posti dal Ministero della Giustizia. Il tasso di sovraffollamento è pari al 119,8%, ossia il più alto dell’Unione Europea, ed è naturalmente la causa di una proporzionale degenerazione delle condizioni di vita negli stessi luoghi di detenzione.

A fronte di questa fotografia del carcere italiano, ci spiega Antigone, il numero di reati è in costante calo e gli ingressi in carcere sono in conseguente diminuzione. Il sovraffollamento, quindi, non è dovuto ad un aumento della criminalità, bensì all’aumento della durata delle pene frutto anche di politiche populiste che muovono dall’ “ossessione di sicurezza e punizione” (Punire: una passione contemporanea, di Didier Fassin, Seuil, 2017) della nostra società piuttosto che dalla volontà di trovare risposte adeguate a fenomeni reali.

Ma non solo. Ci sono prove evidenti del fatto che il sistema carcerario stia fallendo nel suo obiettivo riabilitativo: non è riuscito a disincentivare la delinquenza visto che più del 68% dei reclusi sono destinati a commettere nuovi reati;  né rende più sicura la società visto che le persone veramente pericolose per la cittadinanza sono solo il 10% sul totale dei detenuti  (Abolire il carcere. Prove di utopia in Europa di Giuseppe Rizzo, Internazionale 1307, 17 maggio 2019, pag. 47)

A fronte della lettura di questi dati appare chiaro che serve un’alternativa. C’è chi propone di rendere la custodia cautelare un istituto utilizzato solo nei casi in cui si riveli essere realmente necessaria, di ridurre le pene e di favorire le misure alternative entrando in un’ottica di socializzazione della risposta sanzionatoria (Abolire il carcere, di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, Chiarelettere, 2015)

Per fare questo serve un lento lavoro dal basso di tipo culturale – ci spiega Roberto Lolli, presidente di A.VO.C, associazione socia di A.S.Vo O.D.V. – È possibile pensare a forme diverse di sanzione che coinvolgano vittime e condannati in un processo di concreta responsabilizzazione e ricerca di una soluzione. Per generare percorsi alternativi alla detenzione però serve una società aperta e capace di confrontarsi e negoziare. Il diritto latino è basato sulla ricerca di chi ha torto, del colpevole e di una commisurata punizione stabilita da una terza parte, il giudice. Il processo si conclude lì. Non c’è una ricerca della “soluzione al danno” ma solo una “reazione al danno”. Il diritto anglosassone, invece, è di matrice mercantile e si muove in direzione di una individuazione delle responsabilità ai fini di una conciliazione e del proseguimento del contratto sociale. Per noi questa è una sfida stupenda, uscire dalla cornice colpa\punizione e, a fronte di una reale consapevolezza del reato, entrare in un percorso di ricostruzione della fiducia alla base del contratto sociale.

Qual è il ruolo del Terzo Settore in questa evoluzione della giustizia e dei percorsi sanzionatori? Lolli ci risponde:

Le associazioni possono certamente essere i facilitatori di percorsi di giustizia riparativa ma anche promotori di pratiche di conciliazione extragiudiziale al fine di ridurre le misure detentive. Ma per A.VO.C, come credo per le altre associazioni che lavorano con noi in questo settore,  il lavoro più intenso e importante è quello culturale. Quindi incontri nelle scuole, rassegne cinematografiche e letterarie, convegni e seminari inter-istituzionali…Ciò che mi preme dire è che solo una società libera dalla paura, dalla ossessione per la sicurezza, dalla violenza e dalle inuguaglianze può accogliere e promuovere una reale giustizia riparativa. Ed è su questo passaggio culturale che le associazioni hanno la capacità e possibilità di lavorare.

Marcello Marighelli, Garante delle persone private della libertà personale della Regione Emilia-Romagna, descrive Bologna come una città ancora immatura ad accogliere e praticare percorsi di giustizia riparativa.

La giustizia riparativa rappresenta per il settore giudiziario una grande ricchezza sia in termini rieducativi che preventivi  perché abbandona l’approccio punitivo e sollecita la rielaborazione critica del danno da parte di chi lo ha commesso creando in questo modo le condizioni affinché si ricostruisca il patto di convivenza civile con la società. La riparazione non va più pensata solo nei termini di “risarcimento del danno causato” ma piuttosto come la ricostruzione da parte del detenuto del proprio ruolo e delle proprie responsabilità di cittadino che fa parte di una comunità.

Il bisogno di misure alternative alla detenzione a Bologna è rilevante.  Il carcere della Dozza a fine novembre 2018 (dati  gentilmente forniti da A.VO.C) ospita 803 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 492 posti (fonte: nota di FP-CGIL del 10 giugno 2019): 355 italiani e 448 stranieri provenienti da 48 differenti nazioni; 726 uomini e 77 donne; 506 con pena definitiva e 297 in attesa di giudizio; 788 reclusi e 15 in semilibertà.

Nonostante l’evidenza del bisogno concreto di interventi alternativi alla detenzione e di riduzione della pena – continua Marighelli -, manca ancora uno strumento normativo che ci indichi chiaramente la strada da percorrere. Mentre nel campo della giustizia minorile sono state realizzate alcune sperimentazioni anche di discreto successo, nel settore adulti siamo ancora in fase di prima informazione e orientamento. Il convegno del prossimo 18 ottobre è un tentativo per entrare più nel vivo della giustizia riparativa e creare le condizioni per fare il passo successivo verso un reale cambiamento. In questa fase crediamo che il coinvolgimento dell’associazionismo e del Terzo Settore sia indispensabile.

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