La vita bella dopo il carcere: ecco come può non essere un’utopia

Sovraffollamento, strutture inadeguate, recidiva reiterata. Sono solo alcuni dei problemi che vivono le carceri italiane oggi. La vita in cella diventa sempre più intollerabile e la mancanza di misure alternative decisive rende la situazione irrisolvibile. Ma una volta usciti come sarà la vita? Si ha il diritto di pensare al futuro? Lo abbiamo chiesto a Gianfranco, ex detenuto, ora volontario barman presso il centro Arci Brecht in via Corticella, che ci ha raccontato com’è la situazione vista da dentro e da fuori. 

“Io mi sono sentito libero dopo pochi giorni: un giorno pioveva, ero alla Sala Borsa. Le persone correvano come formiche impazzite per ripararsi, io invece ero lì a prendermi la pioggia ero contento di bagnarmi, libero”. Gianfranco, detenuto ora ai domiciliari, arrivato alla fine della pena racconta la sua prigione, com’è vista da dentro e da fuori e come invece dovrebbe essere. Gianfranco ha colto l’opportunità di collaborare con l’Arci Brecht due volte a settimana come barista. Lo fa come volontario, un po’ per se stesso e un po’ per gli altri. “E’ un modo per passare il tempo – spiega – e conoscere persone. Mi fa sentire attivo, faccio qualcosa per la società visto che ho sbagliato. E’ un modo per non frequentare le solite amicizie, uscire dal giro, perché se stai nello stesso ambiente in cui sei cresciuto è pericoloso, non è difficile ricadere negli stessi errori”.

Dopo tanti anni, troppi, trascorsi in carcere, ora Gianfranco vuole rifarsi una vita nonostante le difficoltà che un ex detenuto trova una volta uscito, difficoltà incommensurabili: “La parte più difficile da gestire è a livello burocratico, da solo non ce la fai. Ho trovato difficoltà enormi a parlare con le istituzioni, come esci non sei nessuno, ti cancellano la residenza, sei fuori dal mondo”.
Ciò che Gianfranco denuncia in primis è una mancanza di sostegno morale, a partire dalle istituzioni. “Le associazioni ci sono e sono tante ma una volta uscito fanno troppa pressione. Tra un anno mi scade la pena, ora sono in affidamento ma vorrei andare a vivere da solo. Così non me ne danno la possibilità”. Non si tratta di pregiudizio sociale, dunque, ma di barriere istituzionali. “Forse sono stato fortunato, ma il pregiudizio sociale non l’ho sentito, ho sofferto altro tipo di pressioni invece. Se vogliono fare una seconda Dozza – riprende – dovrebbero ampliare le strutture e fare un altro carcere. Se vogliono recuperare il detenuto devono dargli tempo”.

Due problemi fondamentali pesano sulla situazione delle carceri in Italia oggi: mancanza di strutture e mancanza di sostegno nell’accompagnamento del detenuto durante la pena, insomma, la pena alternativa. Gianfranco ha visto diverse realtà dal sud al nord Italia, in strutture fatiscenti e con i detenuti abbandonati a loro stessi, ma quella di Bologna è stata la meno soffocante. Tuttaviarispetto ai lavoranti detenuti – afferma – ci sono poche opportunità e strutture interne”.

Sulla base della sua esperienza Gianfranco ha fondato con il suo legale l’Associazione Chiusi fuori. “L’idea è nata tre anni fa – spiega – quando il mio avvocato mi ha chiesto cosa avrei fatto una volta uscito. Ho risposto che se fossi tornato nella mia città molto probabilmente sarei tornato a delinquere. Io vengo da Tor Bella Monaca di Roma ricca di ex detenuti. Non voglio tornare per questo e ho fondato questa cooperativa. L’obiettivo dell’associazione è capire come funziona il sistema, migliorarlo e dare spiegazione perché c’è molta ignoranza”.

Chiusi fuori punta a organizzare anche incontri con educatori e magistrati per spiegare la situazione vista da dentro, “Proporre attività artigianali, riscoprire i vecchi mestieri, per avere più possibilità poi di trovare lavoro. Per questo con la mia associazione vorremmo prendere dal comune dei terreni per farci lavorare i detenuti; c’è una struttura da ristrutturare? mettiamo loro e li aiutiamo. Economicamente non possiamo, non sarebbe giusto, ma con il lavoro sì”.

Molte sono le problematiche che lo stato trascura, come la situazione legislativa. E poi c’è il recupero della persona “… Il recidivo paga tre volte la pena andando a incrementare il problema del sovraffollamento nelle carceri”. L’attuale legge prevede infatti che l’imputato che ha commesso per  tre volte lo stesso reato, una volta in carcere non potrà usufruire dei benefici previsti, come la riduzione della pena.
Gianfranco sa bene di cosa sta parlando e sa anche come si potrebbe migliorare la situazione, perché “Se non hai opportunità torni a delinquere, è inevitabile”. Con la pena alternativa lo stato non ha che da guadagnare. “Un detenuto costa al giorno 170 euro – conclude Gianfranco – e a fine anno si arriva a cifre enormi. Ci sarebbe un risparmio per la società con la pena alternativa. Stare in carcere così com’è adesso, serve solo a commettere altri crimini. Ti privano della famiglia che vedi una volta a settimana, come fai così a coltivare le relazioni che sono quello che ti salva la vita?”.

 

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