Le tracce di Mattia

Percorrevo il portico verso il mio ufficio, era l’ora di punta e c’era molta gente che cercava rifugio dalla pioggia. Ad un certo punto, tra la folla, ho notato una figura molto alta che camminava con un passo svelto e deciso, impugnava con una mano un ombrello rosso aperto davanti a lui, a mo’ di scudo e con l’altra un bastone bianco con cui si faceva largo, brandendolo come una spada. Al suo passaggio tutti si scansavano e qualcuno incassava un colpo, ma nessuno osava dire niente, perché era evidente che la persona fosse cieca.

Sembrava particolarmente sicuro di sé. L’ho guardato prendere la mia stessa strada e poi precedermi nel portone del palazzo del mio ufficio, allora ho pensato che fosse diretto da noi, al secondo piano e mi sono affrettata per raggiungerlo e accompagnarlo. Quello che non avevo proprio capito però era che questo ragazzo atletico di quasi due metri, che portava barba e capelli un po’ incolti, alla Johnny Depp, non voleva chiedere un aiuto su qualche metodo o strumento tecnologico per la sua disabilità, che è quello che noi facciamo, ma voleva essere lui ad aiutare noi.

“Vorrei fare il volontario da voi. Vi conosco fin da quando ero bambino perché sono venuto diverse volte con i miei genitori e i miei insegnanti per imparare a studiare con il computer e con altri strumenti, adesso vado all’Università. Chissà se ci sarei arrivato senza queste possibilità che mi avete dato ” Mi ha detto subito Mattia, di solito da noi si offrivano soprattutto persone in pensione e quindi mi ha colpito lo spirito di iniziativa di questo ragazzo che voleva fare la sua parte nella nostra ricerca delle tecnologie per persone con ogni tipo di disabilità, perché possano realizzare il loro progetto di vita, studiare, lavorare, socializzare e divertirsi nel tempo libero.

“Ho in mente di cercare qualche app che aiuti le persone non vedenti ad essere più autonome. Io per esempio ne ho installata una sul mio smartphone, che mi guida dove voglio, attraverso la geolocalizzazione, mentre ascolto i comandi vocali con l’auricolare, potrei insegnarlo agli altri” Ha continuato mostrandomi il suo smartphone, che stava suonando la marcia trionfale dell’Aida, con una cover gialla fosforescente. Poi, mentre lo spegneva, come leggendomi nel pensiero “I colori quelli me li ricordo, la vista ho iniziato a perderla a cinque anni”.

Un giorno Mattia mi ha detto che nelle sue ricerche aveva trovato un’app che dava la possibilità alle persone non vedenti di farsi assistere attraverso un collegamento video da un volontario, nelle situazioni che richiedono una visione normale e che voleva sperimentarla per capire bene come funzionava.

“Ho fatto amicizia con uno di questi volontari che si chiama Iron, cioè Iron è il suo soprannome” ha iniziato a raccontare Mattia. Iron era un ragazzo danese della sua età con una grave disabilità, per questo era molto limitato nei movimenti, ma ci vedeva benissimo ed era un mago con il computer, per cui si voleva rendere utile nell’assistenza delle persone cieche. La cosa che sembrava complicata, non creava però molti problemi tra di loro, che intanto sperimentavano oltre che tecnologia, amicizia a distanza, riuscendo a capirsi bene in un inglese che a volte usciva sgangherato da Google Translator.

“Voglio portare Iron con me a scalare una parete di roccia” un mattina mi ha detto Mattia tutto entusiasta “Io già lo faccio con dei volontari che mi indicano le tracce. Ho pensato di fissare il cellulare al casco e provo a farmi guidare da lui a distanza. Lo so che è un’idea da pazzi! Andrà a finire che mi verranno a prendere i mezzi di soccorso in qualche burrone”.

E un bel giorno Mattia ha afferrato le rocce ruvide e spigolose con le sue grandi mani e ha sfidato la montagna, sotto lo sguardo incredulo dei volontari del soccorso alpino. E si può dire, appeso ad una app e in balia della connessione internet, ha mangiato e respirato la polvere della montagna mescolata al suo sudore e all’incoscienza dei suoi vent’anni.

Mattia ci ha messo il fisico che mancava a Iron e Iron ci ha messo la vista che mancava a Mattia, la tecnologia è stato il mezzo e lo strumento che gli ha permesso di comunicare e di realizzare così il loro sogno.

Quando Mattia è arrivato in cima e si è accasciato a terra stremato, ha sentito l’urlo di felicità di Iron e ha pensato “Ecco io ho fatto tutta la fatica e tu adesso ti godi il panorama, vola amico mio, vola …”.

Le facce del volontariato di ASPHI
(Edizione 2015)

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