I nostri occhi che diventano mani

“Mo sent che bon odour…! C’è una vaschetta piccola? Ilaria, guardaci tu. A la voi cineina, sai. Che io sono da sola in casa, non ne mangio mica tante”

“Aspetta che chiedo. Mi scusi? Mi può dare una vaschetta di fragole? Sì, quella lì, più piccola.

Prendo il sacchetto e lo avvicino alle mani di Elisa, che porta dei grandi occhiali tartarugati anche se oggi è una mattina piuttosto nuvolosa.

“No aspetta. Tocca qui. Ecco: prova a sentire se vanno bene. O sono troppe?” Elisa tocca l’incarto e lo stringe per qualche secondo con tutte e due le mani.
“No, vanno benissimo”

“Allora così siamo a posto. Ci fa il conto per cortesia?”

Elisa ha ottant’anni e dieci anni fa ha iniziato a perdere la vista molto rapidamente. Ora è quasi cieca, vede qualche ombra solo da molto vicino. In casa riesce a muoversi da sola, sa dove si trovano gli oggetti, lo spazio le è familiare e si orienta bene. Quando va fuori però ha bisogno che qualcuno l’accompagni.

I suoi movimenti sono lenti e cauti: tasta i bordi della borsa alla ricerca della cerniera per richiuderla bene, dopo aver messo via il borsellino; ha un tocco delicato e affettuoso quando mi stringe il braccio, poi attraversa la soglia del frutta e verdura con passi corti, un po’ goffi e impacciati e ci allontaniamo mentre mi lego al collo la sciarpa a strisce del Bologna, le tengo aperta la porta aiutandola ad uscire e saluto la commessa.

“Ci vediamo martedì prossimo!”

Per mano ci incamminiamo verso via Marconi e concludiamo la passeggiata con una bella colazione. Andiamo in quel bar, quello di quando Elisa mi vuole fare felice: su tutti i tavolini c’è una tovaglietta rossoblu, le pareti sono quasi interamente coperte da cimeli calcistici antichi e moderni, a testimoniare la fede professata all’interno del locale. Mentre ammiro beata una gigantografia d’epoca del Dall’Ara, il barista ci porta due cappuccini con tanta schiuma: “Ecco a voi, signorine! Elisa, sei a spasso con la tua nipotina oggi?”

“Et vest cum l’è bela cla ragazzola lè?! Si chiama Ilaria ma non è mia nipote, è la mia volontaria”.

Quel “mia” mi fa proprio emozionare, quando lo sento. All’inizio ero una semplice tirocinante; poi sono diventata la-sua-vo-lon-ta-ria. Non c’è paragone! Mi sono avvicinata a Casamasi all’università, non avevo mai avuto esperienze di volontariato prima; inizialmente era solo una questione di crediti. Poi è cambiato tutto; quando ho finito di fare le ore previste dal mio piano di studi ho cominciato a farmi delle domande. Allora ho deciso di continuare come volontaria. Mi ero affezionata a Elisa e a tutta la combriccola di Casamasi e loro si erano affezionati a me. A partire da quel momento è iniziata davvero la mia esperienza di volontariato. Io e Elisa abbiamo conquistato sempre più confidenza e fiducia l’una nell’altra; il rapporto di aiuto è diventato una relazione di amicizia e affetto. Sono riuscita a insegnarle a comporre i numeri di telefono a colpo sicuro senza aiuto, conosco la distanza alla quale devo mettermi per farle una linguaccia ed essere sicura che mi veda bene, ricordo l’ordine esatto dei gesti che compie prima di uscire di casa e la aspetto sempre vicino al divano così mi prende a braccetto e siamo pronte per andare. Anche Elisa sa tante cose di me, mi conosce quasi come le mie amiche; le racconto sempre del mio ragazzo oppure mi sfogo se sono triste, quando arrivo e la saluto le basta sentire il mio tono di voce per capire se quel giorno c’è qualcosa che non va. Quando mi vuole coccolare, ci fermiamo nel bar del Bologna di via Marconi, quello con le magliette autografate dietro al bancone. Lo sceglie apposta per me, lo sa che io sono un’appassionata, che sono abbonata alla curva: le faccio la cronaca di tutte le partite di campionato!

Mentre saliamo a casa in ascensore, guardo il nostro riflesso allo specchio: “ma lo sai che oggi siamo proprio belle io e te? Stai ferma così che ci facciamo un selfie, pronta? Non ti muovere…”

“Ma cosa hai fatto, una fotografia?”

“Sì, con il telefono”

“N’aveva brisa capé, t’e det un più fat nom!… E’ venuta bene Ilaria?”

“E’ venuta benissimo! Stasera la porto al fotografo e faccio una gigantografia così la appendiamo in camera e la puoi vedere anche tu”. Le stringo la mano e sorrido.

Le facce del volontariato di Casa Masi
(Edizione 2015)

 

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