E ritorno verso casa

Quando penso a quando vivevo “in strada”, la prima cosa che mi viene in mente sono le ginocchia.

Seduto per terra, ne ho viste migliaia passare davanti ai miei occhi annoiati. Tracciavano una specie di linea dell’orizzonte che delimitava due mondi: quello di sopra, inaccessibile a quelli  come  me,  e  quello  di  sotto,  dove  ero  precipitato  dopo  l’incidente  al  cantiere.

E’ successo tutto in un istante: ho perso il lavoro, ho iniziato a bere; la sola cosa che facevo era giocare alle slot. Era troppo per mia moglie, adesso lo capisco: neanche io avrei voluto che i miei figli crescessero con un padre come me.

In un attimo mi sono trovato solo e senza niente. Ricordo il mal di schiena, i piedi sempre freddi, quella sensazione di sporco addosso, il pavimento gelato dei portici quando di notte rotolavo fuori dal mio letto-cartone.

Quando mi davano una moneta, pensavo che in realtà quello di cui avevo bisogno non erano soldi, cibo o vestiti. A me mancava un amico, qualcuno che si preoccupasse per me. Ed è arrivato. Inaspettatamente, come quando il mondo mi era crollato addosso due anni prima.

Non dimenticherò mai quel giorno. Era sera, un ragazzo giovane con gli occhiali mi ha svegliato: lo immaginavo dietro una scrivania, non in giro, di notte, in mezzo a noi “barboni”. Mi ha offerto del tè caldo e mi ha detto: “Vieni domani sera, ti aspettiamo alle diciotto    al    Piazzale    Est.    Puntuale,    mi    raccomando!”.

Quella notte non ho dormito. In quei giorni ero spaventato perché mi sentivo pericolosamente vicino a quella che io chiamavo la “linea rossa”: il momento in cui perdi la speranza che un giorno le cose cambieranno e in cui accetti che la vita di strada sarà la tua vita per sempre.

Arrivai al piazzale est alle sei meno un quarto. Eravamo in quindici. Enrico, il ragazzo con gli occhiali, era lì che ci aspettava. Salimmo tutti sul pulmino, erano almeno due anni che non mi sedevo su qualcosa di morbido. Guardavo il paesaggio dal finestrino mentre ci portavano alla “Capanna di Betlemme”. Ero agitato, spaesato, pensavo al carrello che avevo nascosto, con le mie poche cose. La mia mente vagava, ma era più libera del solito. Per la prima volta    dopo tanto tempo mi potevo rilassare, potevo abbassare la guardia.

Finalmente ero a casa. Mettere in ordine le ciabatte sotto il letto, lasciare le mie cose nel cassetto del comodino, apparecchiare la tavola, chiacchierare sbucciando una mela dopo cena. Questi gesti li avevo fatti infinite volte, ma ora avevano il sapore di dignità, di normalità, di futuro.

Ho vissuto alla Capanna per tre mesi: ero in pezzi, e mi sono ricostruito. I miei pensieri non erano più cosa avrei fatto, dove avrei dormito o cosa avrei mangiato quel giorno. Ora progettavo, cercavo, sognavo. Non pensavo che ci sarei riuscito di nuovo.

E’ passato solo un anno da quella sera, ma sono una persona completamente diversa. Li osservo da lontano, i miei “compagni di strada”, salire sul pulmino con i volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII che immancabilmente, ogni sera, vanno a cercare chi non li cercherà mai, ma ha davvero bisogno di essere trovato. Sono felice per loro, e spero con tutto   il   cuore   che    abbiano   la   forza   di   giocarsela,    questa    occasione.
Io  ringrazio,  in silenzio,    per  questa  seconda  opportunità  che  la    vita  mi    ha  regalato.
E ritorno verso casa. La mia casa. Stasera ho amici a cena.

Le facce del volontariato di Comunità Papa Giovanni XXIII
(Edizione 2015)

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