Scarpe di pelle nuove

Era un caldo pomeriggio d’estate, Sara stava raggiungendo l’ospedale di Reggio Emilia in ambulanza con Marco per riportare a casa una signora che si era sottoposta ad una visita specialistica. Era un servizio di trasporto come tanti altri, ne aveva fatti tanti da quando era diventata volontaria in Croce Rossa molto tempo prima. In quegli anni le avevano insegnato tutte le manovre e le procedure da seguire per prestare i primi soccorsi alle persone, le avevano insegnato ad usare le apparecchiature che ci sono sulle ambulanze e, soprattutto, aveva imparato che alle persone piace essere ascoltate: ognuna di loro le aveva raccontato un piccolo pezzo della propria vita. A questo stava pensando Sara mentre era in viaggio. La lunga strada diritta di fronte a lei e il calore dell’asfalto che distorceva la vista delle auto che le erano davanti le rimandavano immagini lontane e le voci delle persone che aveva conosciuto in tutti quegli anni; le sembrava si risentire fiumi di parole coperti dallo scricchiolio della barella che si sollevava leggermente ad ogni buca o avvallamento della strada. Quel giorno distesa sulla barella c’era la signora Nadia, le ventole dell’aria condizionata le offrivano un po’ di refrigerio in quel torrido pomeriggio. Sara fece scorrere lo sguardo all’interno dell’ambulanza per controllare che fosse tutto a posto poi incrociò quello di Nadia che la stava osservando da qualche minuto e le stava sorridendo.

”Sei molto brava” le disse ”aiuti le persone”.

Sara ricambiò il suo sorriso. Nadia veniva dall’Ucraina, si era sposata molto giovane e aveva avuto tre figli maschi. Con gli occhi che le brillvano disse:

”Mio figlio più grande si chiamava Ivan e faceva il dottore, era molto bravo, aiutava le persone” si interruppe, il sorriso divenne teso e le labbra si strinsero

“Ci fu un incidente alla centrale nucleare, Ivan corse là perché voleva fare il possibile per rendersi utile. Quando tornò a casa mi guardò, in silenzio per qualche secondo, poi mi abbracciò e mi diede un bacio sulla fronte. Il giorno dopo mi disse che doveva comprare un paio di scarpe nuove, di pelle nera, perché al suo funerale voleva indossare delle belle scarpe. Una settimana dopo morì, gli mettemmo il suo vestito preferito e le scarpe di pelle nera che aveva comprato con tanta cura”

Sara aveva gli occhi lucidi, il dolore di quella mamma colmato dall’orgoglio per il figlio

che aveva scelto di sacrificare la propria vita per aiutare gli altri,la lasciò senza parole.

Sentiva, più di prima, la responsabilità che derivava dall’indossare quella divisa e allo stesso tempo la voglia di continuare ad indossarla, era fiera ad essere volontaria nonostante tutte le difficoltà. Spostando la barella si trovò a sorridere.

Le facce del volontariato di Croce Rossa Italiana
(Edizione 2015)

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