Un ospedale in tanzania nato come un fiore, un fiore di campo

L’avevamo chiamato Progetto Tanzania. Avevamo incontrato Padre Guido Fabbri nel gennaio 2013, un padre missionario che all’età di 82 anni aveva ancora un sogno nel cassetto: costruire un Dispensario alle porte di Kahama, a sud del Lago Victoria, dove le strade sono di terra rossa, i baobab si stagliano all’orizzonte e dove acqua potabile e corrente elettrica si sono fermate alle porte delle grandi città.

Ma soprattutto dove tanti bambini non superano i cinque anni di età e dove la malaria porta ancora la morte.

Padre Fabbri si trovava in Italia, in attesa che nella sua Tanzania finisse il periodo delle piogge. Nella sua casa in campagna, alle porte di Bologna, ci ha mostrato un progetto su un foglio, poi ha aperto il suo notebook, ha composto un numero via Skype e dopo qualche istante l’abbiamo sentito parlare swahili. Una voce forte e gioiosa proveniva dall’altra parte dell’Equatore. Ero stupita nel vedere un uomo di ottantadue anni, dall’aspetto gracile e dalla forte cadenza bolognese, parlare con tanta naturalezza una lingua così lontana. Dopo aver pronunciato più volte “Asante sana” – grazie mille – si è congedato e ci ha spiegato che aveva parlato con il capocantiere e il medico responsabile: aveva appena annunciato loro che c’erano i soldi e che quindi sarebbero partiti i lavori!

Non c’era nulla di cui preoccuparsi. Lui avrebbe fatto tutto, noi dovevamo solo trovare trentacinquemila euro.

Qualche mese dopo mi sono ritrovata su un volo per la Tanzania con Riccardo, un amico di Bologna. Ci vollero 4 aerei,12 ore di strade sconnesse, un’ora di fuoristrada nel buio della notte per arrivare in quello che a noi era sembrato il luogo più lontano da ogni altro luogo: il villaggio di Bukondamoyo.

Il cantiere era in realtà ancora un campo brullo. Il capomastro attendeva istruzioni e Padre Fabbri fremeva per scavare le fondamenta. Assistetti al primo colpo di piccone e alla prima caccia al serpente. I lavori disturbavano i cobra che vivevano fra gli arbusti: ricordo ancora l’odore acre del fumo, il crepitio dei cespugli in fiamme e le urla della gente alla vista del serpente in fuga.

Non era posto per me quello. Capii che non ero altro che un’ospite bianca che doveva stare riparata sotto un ombrello e che beveva da piccole bottiglie di plastica trasparente. Dovevo trovare un’alternativa per rendermi utile e per essere una di loro. Pensai di fare l’unica cosa che so fare: insegnare. Improvvisai una scuola in una chiesa ancora in costruzione: divenne la scuola estiva di inglese per i bambini di Bukondamoyo.

Intanto spedivamo a casa le prime foto dei lavori al cantiere: un cielo quasi bianco, sterpaglie, arbusti e le fondamenta del dispensario. A settembre iniziarono ad arrivare quelle dei muri, delle finestre, poi del tetto, quelle dei letti e infine dell’intero edificio.

Oggi la prima parte del progetto è stata portata a termine. Il Dispensario e la Maternità sono già operativi. A marzo è arrivata la foto del primo bambino che abbiamo fatto nascere. È stata una grande emozione. Un’emozione che continua a commuoverci.

C’è ancora tanto da fare: il cantiere deve continuare con i suoi lavori. Nell’estate 2015 costruiremo la Pediatria. E arriverà anche un’incubatrice, una culla termica che accoglierà i piccoli troppo piccoli e sostituirà le ingegnose, ma poco efficaci, incubatrici realizzate con bottiglie di acqua calda.

Solo allora il piccolo ospedale nel cuore della Tanzania sarà nato, come un fiore… un fiore di campo. Solo allora Padre Fabbri, ormai ottantacinquenne, potrà finalmente appendere gli arnesi del mestiere al chiodo. Ma lui, il Padre-Costruttore, si fermerà mai?

È quello che si chiedono anche in un lontanissimo villaggio, nel luogo più lontano da ogni altro luogo…

Le facce del volontariato di Fiori di campo
(Edizione 2015)

Scarica la storia in pdf

Related Posts