La fune e la rete

Anna mi apre la porta di casa, ci siamo sentite per telefono. La mia immaginazione ha cercato un volto a quella voce calda con un leggera inflessione nordica. Devo dire che qualcosa avevo intuito. Capelli corti castani, lisci un sorriso largo e gentile. Apre la porta e subito dietro di lei appare Marco, suo marito. Anna è vestita in modo semplice, sembra che anche quegli abiti freschi e modesti vogliano racchiudere la sua concretezza. L’unica vanità il profumo, gradevolmente invadente, forse camelia, lo stesso che usava mia madre. Dopo un gentile scambio di formalità chiede al marito di preparare un caffè e davanti a quella tazza fumante che si dipana in nebbia, lì tra quegli odori comincia la loro storia.

Anna ha trovato il contatto della nostra associazione su internet. Un anno fa circa lei e Marco avevano pensato a un altro figlio.

Anna e Marco sono una coppia tra i trentacinque e i quaranta di quelle che non sapresti dargli un’età. Si guardano ancora freschi di speranze per il futuro. Mi raccontano che si sono conosciuti in vacanza al mare, se non ricordo male in toscana, otto anni fa. Marco la guarda silenzioso annuendo con un lieve cenno del capo, quasi a confermare il racconto di Anna che scivola veloce, fluido come seta.

La casa il lavoro e le scelte da prendere. La stabilità che cede il passo all’imprevisto, se non fosse per quel guardarsi che rende ancora l’atmosfera intorno a loro frizzante, sospesa in un tempo indefinito. Il loro raccontarsi sembra una danza più che un colloquio.

Confesso, rischio di perdermi in questo bellissimo spazio di intimità familiare, è il suono del campanello a svegliarmi. Marco si alza scusandosi cortesemente. Va alla porta e risponde, dal suo tono si capisce subito che è un gioco. Chi è dall’altra parte non è uno sconosciuto. È il rito di Marco e Flavio mi chiarisce Anna “Non so cosa ci trovino ancora di divertente ma lo fanno sempre”. Flavio arriva trafelato con un po’ di fiatone, riempie l’atmosfera con la sua corsa e con il desiderio impellente di farsi presente.

Le braccia di Anna ora sono aperte, aspettano solo di entrare in contatto con quei ricci che conosce bene. L’espressione del suo viso si scioglie in un sorriso dolce. Questo frammento d’intimità invade tutto. Flavio appare tranquillo non dà troppo peso alla mia presenza e continua il suo racconto. “Mamma e papà devono finire di parlare con questa signora,” lo interrompe Marco. Marco vorrebbe avere più tempo per Flavio lo si legge nel gesto delle sue mani che lo cercano, fino a trattenerlo un secondo in più per l’ultimo abbraccio prima di un’altra partenza.

Anna mi assicura ironica che non ci saranno altri terremoti ad interromperci. Riprende la parola e capisco che è arrivato il momento.

Anna va indietro nel tempo un anno e mezzo fa, quando rimane incinta. L’evento è inaspettato, la gioia immensa. Anche con Flavio non era stato difficile, anzi, specifica senza vergogna che non era proprio stato previsto. Di tutta quella situazione inattesa rimane un ricordo melanconico che appare in una smorfia, quasi impercettibile, gli angoli della bocca scendono all’ingiù quasi a cercare un posto dove andare a finire. È la voce che trema a tradire quell’emozione. Per un attimo cado dentro gli occhi neri e lucidi di Marco che la guardano quasi volessero sostenerla mentre confessa la perdita più grande che abbia mai affrontato. Anna mentre parla di quel figlio sospeso, lo fa muovendosi sulla sedia cercando una stabilità maggiore quasi che per un attimo avesse perso l’equilibrio. Con grande dignità, senza difese o filtri narrano degli equilibri da ristabilire, delle difficoltà successive a quel momento.

Anna lavora per il Comune fa la pedagogista. Conosce tante persone, garantisce supporto e sostegno a famiglie in difficoltà. Per la prima volta si trova ad essere fragile come mai aveva pensato. L’aiuto arriva una sera in cui, trascinata da una amica, Anna va ad una riunione sull’affido.

Anna conosce questa parola, è consapevole di cosa sia, in fondo è del mestiere. La sorprende come, in tutti questi anni, i cassettini della sua memoria l’avessero celata. Le appaiono davanti agli occhi due bambini che aveva seguito qualche anno prima. Due fratelli e la loro mamma. Il papà era in carcere e la donna con grosse difficoltà economiche e di dipendenza tentava, con l’aiuto dei servizi, di mantenere i figli. La donna, i servizi e Anna avevano cercato fino all’ultimo di ricucire quella trama che li teneva legati. Anna paragonava spesso il suo lavoro a quello dei circensi. I funamboli sulla corda erano i genitori e i bambini. La corda: la vita, fragile e molto più instabile di quanto si pensi. Infine, la rete di protezione, tutti coloro che avevano contribuito fino a quel momento a non infrangere quel legame. Per un primo periodo le cose avevano funzionato. Finché un giorno fuori da scuola nessuno era venuto a prenderli. Si interrompe guardandomi complice, con la certezza che avrei saputo completare la storia ad occhi chiusi.

Anna agisce. Telefona, legge libri, va a sentire testimonianze finché una sera non ha il coraggio di parlarne a Marco. Anna si apre in un sorriso di gratitudine, Marco come sempre si rivela in sintonia con il suo desiderio.

La nostra associazione la trova in uno dei suoi pellegrinaggi serali. Mi racconta schiettamente che si sentono pronti ma impreparati. Sentono la necessità di avere persone stabili nel tempo che possano essere figure di riferimento e, qualora “le cose dovessero mettersi male”, avere qualcuno a cui rivolgersi.

Per una volta anche loro vogliono una rete di sicurezza sotto la loro fune. Vede nella associazione una risorsa per farsi accompagnare, sostenere e formare nel sorprendente percorso verso l’affido.

Le facce del volontariato di Kairos
(Edizione 2015)

Scarica la storia in pdf

 

 

Related Posts