La scommessa

Si era messo proprio in un bel pasticcio. Guardò di nuovo il cielo: grigio. Stava per piovere, era domenica pomeriggio, nessun bolognese sarebbe mai uscito a fare passeggiate, tantomeno in via Barberia. In quella zona del centro la gente passava, non passeggiava. Ed era poco propensa a comprare un giornale. Da quando era arrivato a Bologna – almeno tre anni prima – Ilyas non aveva mai visto un tempo così brutto. Nel suo paese, in Pakistan, le temperature erano sicuramente più affidabili – anche se purtroppo solo quelle. Si strinse nelle spalle, rassegnato: anche quel mese non avrebbe venduto più di ottanta copie di Piazza Grande, il giornale che distribuiva da più di un anno per le strade di Bologna per arrotondare i suoi guadagni da venditore di rose e cianfrusaglie. Qualche volta aveva raggiunto e superato la fatidica soglia ma erano stati periodi particolari: dicembre, Natale, gente più buona. Non era sempre così: ora era marzo e lui aveva venduto ancora poche copie. E soprattutto: avrebbe perso la scommessa con Andrei! Quel rom o rumeno – simpatico eh, ma svogliato, si vedeva, e soprattutto poco riconoscente – era tra i nuovi venditori di Piazza Grande. Era dotato di una gran faccia tosta: la gente non solo gli comprava il giornale ma gli offriva persino la colazione… Ed era anche un rom! Ilyas non se ne capacitava. Quando Andrei, con quella faccia sfrontata che si portava dietro, gli aveva detto: “Ilyas, scusa eh, tu mi hai introdotto qui, ma con quei tuoi modi da servetto, prego-mi-scusi-grazie-grazie, la gente come fa a comprare da te?”

“Ma cosa ne sai, tu sei qui da sei mesi!”

“Tu da un anno ma mi pare che io sto messo meglio”. “Questo mese venderò più di ottanta copie. Scommettiamo?” “Una birra”.

“Io non bevo,” (che sfrontato quell’Andrei!) ” ma scommetto che faccio più di ottanta copie”.

“Va bene. Ma vincerò io. E voglio anche una birra!”

Poteva aver ragione! Ma Ilyas aveva accettato lo stesso. Si erano stretti la mano. Ora però temeva.

C’erano troppo venditori in giro! Troppa concorrenza. Certo, alcuni non valevano granché, come quella ragazza appena arrivata con quella lunga treccia nera e uno sguardo trasognato. Figurarsi che se ne era andata in via Rizzoli dove era tutto chiuso per i lavori in corso. Quella, se vendeva tre copie era tanto. Ma Andrei poteva arrivare a ottanta. Doveva trovare un’idea per uscire da quell’impiccio. Sotto al portico della via passò una coppia di innamorati. Lei aveva una rosa in mano e si stringeva a lui, ridendo. Mentre lui si avvicinava a Ilyas allungandogli cinque euro (non male!) per il giornale, al pakistano venne la folgorazione! L’amore! Ecco cosa poteva salvare Piazza Grande! Avrebbe fatto un’offerta allettante alle coppie di innamorati in giro per Bologna: una rosa (di quelle sue rimaste invendute) a chi comprava Piazza Grande. E magari avrebbe spiegato anche meglio che era un giornale che trattava … cosa trattava? Ah sì ecco temi sociali! Corse a prendere le rose. Andrei non ce l’avrebbe mai fatta!

Andrei sghignazzava a pensare alla faccia che il povero Ilyas avrebbe fatto quando gli avrebbe mostrato tutti i soldi guadagnati quel mese. Quello era buono solo a vendere fazzoletti! Beh, certo il pakistano gli era simpatico ma non aveva ancora capito di che pasta era fatto. Innanzitutto lo confondeva con un rom -non c’era verso di farglielo capire che lui era rumeno e che tra l’altro era il Pakistan la terra d’origine dei rom, a voler essere pignoli. Ma in fondo era stato Ilyas a dargli l’idea di rivolgersi all’associazione Amici di Piazza Grande per lavorare come venditore del giornale. Lui era stato assegnato nella zona centrale: vicino c’era Ilyas (e quindi non correva pericoli!) e una ragazza nuova con i capelli scuri (che non sembrava tanto sveglia visto che si era andata a scegliere la zona di via Rizzoli dove c’erano solo delle impalcature). Ad Andrei era bastato poco per capire la strategia adatta. Aveva individuato il target: giovani lavoratrici oppure pensionate. E di cosa avevano bisogno queste donne? Poco ma sicuro: di un ciappinaro domestico. Quello che infatti aveva imparato nel poco tempo che aveva trascorso in Italia era non solo la lingua – e di sicuro la parlava molto meglio di Ilyas – ma che fidanzati e nipoti non avevano più tempo per quei lavori domestici che lui offriva a poco, inserendo nella sua copia di Piazza Grande, un volantino che aveva fatto fotocopiare dal suo amico della copisteria.

Sono anche un ciappinaro, aveva scritto, chiama questo numero e ti dò mano a imbianchinare, etc. Beh funzionava, non solo perché lo chiamavano davvero, ma perché quando allungava il giornale diceva sempre qualcosa in più -che convinceva giovani lavoratrici e pensionate a comprarne una copia. Ilyas non avrebbe mai vinto!

“Allora, vediamo, Ilyas questo mese ha venduto ottantadue copie!” il direttore di Piazza Grande a volte organizzava brevi riunioni molto informali – Andrei e Ilyas aspettavano da giorni quel momento per capire chi aveva vinto la scommessa quel mese. Ilyas non vedeva l’ora di dire a quel rom che lui ce l’aveva fatta.

“Ma anche Andrei questo mese ha venduto ottantadue copie”. Alle parole del direttore, Ilyas si girò verso Andrei che lo stava già guardando con una smorfia di incredulità. Si fissarono tra il perplesso e l’addolorato.

“Ma” proseguì il direttore “vedo che quella che se l’è cavata meglio questo mese è Alina, brava, Alina. 100 copie”. Tutti si voltarono verso Alina: la nuova ragazza con la treccia.

“Come hai fatto?!” Andrei non riuscì a trattenere un grido soffocato.

“Beh, sono andata soprattutto in via Rizzoli dove c’è cantiere. La gente è tutta lì. Non si perde per strade, non attraversa, non aspetta autobus. E io così vendo Piazza Grande!”. Ilyas e Andrei la guardarono ammutoliti. Non sapeva neanche parlare bene italiano!

“Ma da dove vieni tu?” sbottò Ilyas. “Ah, io sono rom” sorrise Alina.

Le facce del volontariato di Piazza Grande – Redazione
(Edizione 2015)

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