Per il mio papà

Non avevo mai pensato che una scatola rotta potesse diventare un regalo d’amore.

Credo fosse luglio. Sì, luglio di qualche anno fa. Quella mattina mi svegliai con tanti buoni propositi. Non che le altre mattine non fosse così, ma quella mattina la mia voglia di fare era tanta.

Il centro dove alloggiavamo era tutto sommato comodo rispetto agli altri in cui eravamo stati. Ci trovavamo ad Abidjan in Costa D’Avorio già da un mese e i nostri occhi avevano incrociato tante vite diverse.

Eravamo accampati in una struttura di pietra giallina, sorretta da massicce travi di legno. Tipici alloggi del posto. Esternamente un pergolato di paglia ci riparava dall’afoso sole africano.

Quel centro era uno dei maggiori punti di incontro di tutti noi missionari ed era il luogo in cui veniva raccolto tutto ciò che potesse esser utile e non solo. Era pieno di tante cianfrusaglie e tante cose vecchie.

Quella mattina decisi di mettere ordine al mio settore. Non sono mai stata una persona disordinata, lì anche se pochi oggetti occupavano quello spazio, il caos era l’unica cosa che sopravviveva soprattutto dove tutto sembrava ordinato.

Spalancai la finestra di quella camera in cui gli oggetti sembravano esser tutti dello stesso colore, in cui non c’era nulla che potesse non servire e nulla era poi così indispensabile.

Riuscì a trovare uno straccio impolverato in un cassetto di una dispensa e con quello iniziai a spostar via granelli di terra e polvere. Ordinai tutto: garze, forbici, carte, gessetti, bottiglie vuote e bidoni, imbuti, pezzi di stoffa, elastici, viti. C’era veramente di tutto.

In una vecchia busta nera, bucata, raccolsi ciò che mi sembrava veramente non riutilizzabile. Bottiglie di plastica usate, pezzi di carta scritti e riscritti, bottoni rotti, penne scariche e una vecchia scatola di scarpe mal messa e con il coperchio forato.

Ordinai la camera giusto in tempo per l’ora del pranzo, ma prima gettai via il sacco nero pieno di cianfrusaglie inutili.

Fuori il sole batteva su tutto il cortile e i bambini giocavano con un nostro volontario in quell’unica lingua di ombra che il pergolato riusciva a donare.
Lasciai il sacco lì, dove venivano cestinati i rifiuti e di corsa mi accinsi a raggiungere le altre per aiutarle a servire il pranzo. Mentre ripercorrevo al contrario il tragitto, mi accorsi dei vari oggetti caduti dal bustone bucato, mi chinai per raccoglierli e mi diressi nuovamente al bustone per cestinarli con maggior cura.

Lì trovai Shamir, un ragazzo esile di dieci anni, agile come una cavalletta, con i suoi occhioni pieni di grinta e paura.

«A manguè u yé bon nki?» (Che fai piccolo?) erano le poche parole che sapevo dire in “bassa” la lingua madre del posto. Con gli occhi stracolmi di gioia lui mi guardò e con la bocca spalancata mi rispose: «Ho trovato uno splendido regalo per il mio papà!….. Guarda Paola, guarda! Una scatola per gli oggetti da lavoro!» Restai immobile non avevo il coraggio di dire a Shamir che avevo scelto quella scatola per buttarla via. Di impulso dissi: « Ma è rotta!» e intanto lo osservavo sbalordita per il suo entusiasmo.

«No Paola, è bellissima. Il mio papà sarà contento, potrà aggiustarla qui e qui vedi» Con le sue dita sporche di terra, indicava le parti del cartone che potevano essere recuperate e poi aggiunse: « finalmente avrà una scatola nuova per i suoi attrezzi!»

Corse via felice e grintoso come sempre. Io rimasi lì piegata sulle mie ginocchia. Pensavo a Shamir, a quella scatola e alla montagna di cose che avevo gettato. Una lacrima di gioia scosse i miei pensieri. Non avrei visto solo fame e sofferenza, ero sicura, piuttosto, che tutta quella gioia e quell’allegria mi avrebbe travolto.

Le facce del volontariato di Comivis
(Edizione 2014)

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