Inchiesta | Quale lavoro durante il carcere?

Da diverso tempo i temi legati al sistema carcerario sono entrati al centro del dibattito pubblico mettendo in evidenza i gravi e numerosi problemi che affliggono questo nostro pezzo di società. Sovraffollamento, alto tasso di suicidi, strutture inadeguate e mancanza di risorse economiche sono solo alcune delle questioni che periodicamente riaffiorano nell’opinione pubblica. Un aspetto che spesso viene relegato ai margini, considerato erroneamente come qualcosa di secondario rispetto a temi che sono più d’impatto agli occhi della società, è la questione legata al lavoro. Lavoro pensato non solo per il dopo, ma anche durante il periodo di detenzione.
LogoF&D_bigEppure esistono precise norme di legge che definiscono il lavoro come elemento principale del trattamento penitenziario, in quanto abitua il detenuto a svolgere un’attività produttiva, contribuisce al suo sostentamento ed eventualmente fornisce una fonte di sostegno economico alla famiglia, ma soprattutto favorisce l’acquisizione di una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e del proprio ruolo sociale. Non si tratta quindi di qualcosa da affidare alla sensibilità delle politiche sociali ma è strumento definito per legge come “obbligatorio”.
Le contraddizioni tra le leggi e loro effettiva applicazione sono lampanti. Non mancano però esempi positivi e buone prassi che possono essere in grado di trasmettere una cultura diversa da quella attuale che vede il detenuto come un corpo estraneo alla società, come un elemento di cui vendicarsi anziché rieducarlo, così come sancito dalla nostra Costituzione. Una di queste buone prassi è rappresentata ad esempio dal progetto “Fare Impresa in Dozza”; nella nostra intervista Giorgio Italo Minguzzi  spiega come la Fondazione Aldini Valeriani insieme a tre importanti realtà dell’industria del packaging abbia unito le forze per formare la Fid srl, un’impresa sociale capace di aprire un’officina metalmeccanica all’interno del carcere maschile della Dozza. Fatmir Mysliaka, tra le persone coinvolte nel progetto, racconta la sua esperienza spiegando cosa significa imparare un mestiere in carcere e in che modo un futuro senza speranze possa diventare l’inizio di una nuova vita. C’è poi Raee Carcere, un’iniziativa che coniuga l’impegno ambientale con l’obiettivo di promuovere l’inclusione socio-lavorativa di persone in esecuzione penale. Il progetto – come spiega Barbara Bovelacci, dell’ente formativo Techne – ha visto, dal 2009 ad oggi, il coinvolgimento di oltre 40 detenuti impegnati in attività di trattamento e smontaggio dei R.A.E.E. (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche e Elettroniche).
A raccontare in prima persona l’esperienza del carcere, descrivendo i problemi quotidiani all’interno delle strutture è Gianfranco, un ex-detenuto che lotta per avere un ruolo diverso nella nostra società e che al tempo stesso ha fondato un’associazione che sensibilizzi la comunità a cambiare i tanti aspetti negativi che coinvolgono le strutture detentive.
Sempre dall’interno del carcere, ma da una posizione diversa, è il punto di vista di Stefania Greco, educatrice del carcere della Dozza. Infine Susanna Napolitano, magistrato del Tribunale di sorveglianza di Bologna, ci fornisce alcuni dati sul lavoro esterno nella Casa circondariale di Bologna, mentre Francesco Errani – che lavora per la Provincia ed è consigliere comunale e membro della Quinta commissione consiliare dove più volte è intervenuto sui temi del carcere Comune di Bologna – nella sua  intervista ci parla del lavoro svolto dal Comune di Bologna all’interno del carcere e di come si muove l’apparato comunale per favorire le politiche di integrazione per le categorie protette.

L’inchiesta multimediale – sommario

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