Un’esperienza che fa crescere, imparare, riflettere

Il volto giovane dai lineamenti delicati e i toni chiari, lo sguardo dolcemente malinconico e curioso, un timido sorriso sincero che lascia il posto alla durezza dei pensieri sono gli elementi narrativi di una storia che lascia il segno. Un segno indelebile scritto nel viso, nei gesti, nell’anima della protagonista, un segno per chi l’ascolta, un segno che farà riflettere chi leggerà le sue parole.
M. ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna, altrimenti conosciuta come Il carcere della Dozza o di via del Gomito. M. da poche settimane ha potuto riabbracciare la sua famiglia. M., a pochi giorni dalla sua libertà, mi ha raccontato la sua esperienza, la sua debolezza, la sua forza, la sua dignità.

M. mi dice di essere finita in carcere poco dopo essere giunta in Italia, nel febbraio 2011, per un reato che ha saputo di aver commesso solo nel momento in cui è stata fermata. Il giudice le avrebbe concesso i domiciliari, ma lei, sola in un Paese straniero, non aveva nessuno che potesse ospitarla, nessuno che potesse garantire. Perciò ha dovuto scontare  la sua pena dentro le mura.
“Ho sbagliato perché mi sono fidata di una persona molto cara per me. Avrebbe dovuto dirmi dall’inizio di cosa si trattava. Doveva essere una mia scelta se entrare in questo oppure no. Sono stata malissimo quando ho saputo tutto. Il giorno che la polizia è venuta a prendermi ero tranquilla, non sapevo niente, non sapevo di aver sbagliato. I miei figli erano a scuola … Ho detto loro che sarei andata dalla polizia per fare una dichiarazione e poi sarei andata a prenderli. Però purtroppo sono rimasta dentro. Adesso sono qua e cosa dobbiamo fare?”

M., consapevole di dover pagare la sua ingenuità e i suoi errori, ha scelto di dare un senso al tempo lento e duro della pena, per non essere persa nella vita.

I primi mesi sono stati particolarmente difficili: spavento, solitudine, abbandono, rancore, angoscia, … a volte si è sentita trattata con cattiveria, forse perché non conosceva bene la lingua o semplicemente perché era straniera. Vedeva che nessuno rispettava le regole e quando chiedeva  cosa fosse giusto fare o non fare all’interno del carcere riceveva risposte diverse a seconda dell’agente a cui si rivolgeva . Non sapeva mai come comportarsi. Le sembrava una situazione paradossale.

“Cosa posso dire? Secondo me in carcere devi imparare una vita normale, vedere quello che hai sbagliato e cercare di migliorarti. Le regole ci sono, ma se l’agente di turno non le fa rispettare il percorso rieducativo non funziona. Ci sono ragazze che stanno accumulando rabbia con loro stesse perché nella vita non hanno niente, sono magari tossiche che hanno fatto sempre così. Mi è capitato di vedere tanti episodi: una ragazza che è uscita per i domiciliari e in tre giorni è tornata. Ma non è solo una che ho visto. Poi c’è chi deve andare a fare attività e non ci va perché rimane a letto e l’agente dice “lascia stare, tanto …”. Ci vuole il rispetto delle regole e l’impegno. Secondo me se gli agenti si sapessero imporre un po’ di più si potrebbe cambiare tutto. Una persona che sta in carcere magari vent’anni non la puoi tenere senza fare nulla per così tanto tempo e poi sperare che uscendo fuori non sbagli più. Devi darle il modo per capire, per cambiarsi, insomma darle una possibilità”.

M. non capiva questi atteggiamenti e non voleva più sbagliare. Perciò, isolandosi sempre più dalla parte più “malata” del sistema carcerario cercava di concentrare l’attenzione sugli aspetti positivi di un percorso riparativo. Ha conseguito il diploma di terza media nella scuola interna, ha imparato l’italiano e così,  da sola, ha potuto studiare il regolamento penitenziario, informarsi e non avere più dubbi su come ci si deve comportare. Buona condotta, resilienza e volontà di riscatto le hanno permesso di cogliere altre opportunità che le mura di via del Gomito offrono ai detenuti. Così ha frequentato un corso culturale, scrivendo una poesia che è stata premiata; ha lavorato in cucina come cuoca e anche lì ha svolto un corso di specializzazione che le permetterebbe ora di lavorare in bar pizzerie, ristoranti. Ma l’esperienza che più conta per M. è sicuramente quella del cucito: da qualcosa che nasce un po’ così, per caso, per cercare di impiegare qualche ora al giorno, diventa poi un lavoro vero e proprio.

All’inizio, quando ero ancora in attesa di giudizio, stavo tutto il giorno chiusa in cella  e uscivo solo per l’ora d’aria. Vedevo le altre ragazze che scendevano a fare volontariato, allora ho chiesto se potessi andare anche io  e mi hanno concesso il permesso di andare giù, a fare le Pigotte con l’Avoc per l’Unicef credo. Non ero molto contenta, dico la verità, lo facevo per passare il tempo. Poi ha iniziato a piacermi, lì ho imparato a tagliare e cucire i vestitini per le bambole e le signore che portavano le stoffe sono persone molto carine, che ti parlano. Posso dire che se un giorno non scendevo, perché il laboratorio era occupato per altre attività, ero dispiaciuta.
Un’agente, non posso dire chi, mi ha detto che se avessi imparato ancora un po’ a cucire, forse sarei potuta andare in sartoria. Così ho fatto una prova di una settimana con Francy (coordinatrice di Gomito a Gomito n.d.r.) e dopo tre mesi mi hanno presa.

M. racconta la sua esperienza nel laboratorio sartoriale Gomito a gomito come qualcosa che ha migliorato il suo tempo di pena. Le sue parole sono entusiaste, il volto s’illumina:

“Posso dire che comunque la mia vita è cambiata davvero da che sono venuta in sartoria: un lavoro stabile ogni giorno, fisso direi, è proprio utile perché in carcere sei una persona morta: tutto il giorno in cella a non fare niente e non ti è concesso niente. La sartoria è stata un’esperienza bella, ho imparato tante cose, non sapevo fare niente, e Francesca, la nostra coordinatrice, può confermarlo! Avevo paura di sbagliare, di non saper tagliare. Però adesso posso dire, non è che sono perfetta, però so cucire, posso fare una borsa dall’inizio alla fine. La più brava è stata Francy, una persona che crede in questo progetto. Purtroppo voi giornalisti da fuori non vi rendete conto di cosa voglia dire un lavoro in carcere … una persona come lei, che viene e dedica il suo tempo, anche il tempo libero a volte, per dare un lavoro alle detenute … un lavoro in carcere è come rinascere. Io parlo sempre di me, non vedo l’ora di arrivare qui, fare delle cose nuove … e lei è sempre stata carina con tutte, anche con quelle che non lo meritano. Viene la mattina, parla con noi, cerca di non stare con noi in quel modo da carcere, racconta un po’ di fuori, di come vanno i nostri prodotti, di cosa si vende e cosa non si vende … È proprio una persona meravigliosa che crede nella vita dentro il carcere. Mi piace fare tutto adesso, è diventata quasi una passione per me. Prima non avrei mai pensato di imparare a cucire, di essere capace”.

La giovane prosegue e mi dice di essere in articolo 21 del regolamento interno, in regime di semilibertà: ora esce la mattina per andare nella sede esterna della sartoria e rientra la sera, dopo una serie di perquisizioni, di cui non ci sarebbe bisogno se il posto dedicato al lavoro delle ragazze in semilibertà fosse agibile. Subire questa prassi ogni giorno è certamente pesante, ma l’idea di poter lavorare fuori dalle mura è una cosa molto positiva, non solo per avere almeno un po’ di contatto con il mondo esterno, ma anche perché la situazione  dietro le sbarre è complessa e poco sostenibile.

“Se sei lì chiuso tutto il giorno impazzisci. Per questo la cattiveria e la rabbia aumentano e litigano. Ti racconto: abbiamo fatto manifestazione in carcere di un’ora perché era freddo e non veniva nessuno. Poi è venuta un’agente con la giustificazione che anche loro stanno al freddo. Ma non è una giustificazione. Dopo come puoi pretendere che le cose vadano bene?  E poi ad esempio fai la doccia la mattina alle 7, e rischi spesso di avere l’acqua fredda. C’è un solo asciugacapelli per tutte. Con questo freddo – Sta pure nevicando  – … pensa cosa significhi stare con i capelli bagnati fino a mezzogiorno!
Cos’a ltro posso dire? Qui purtroppo se stai male, se hai ansia …  se hai qualcosa vai dalla psichiatra e ti imbottisce di pastiglie e basta. Loro preferiscono così: ti danno delle pastiglie e ti tengono calma e dormi tutto il giorno e dormi dalla mattina alla sera e per loro va bene così.
Per fortuna, per fortuna sono riuscita a tenermi lontana da questo schifo che c’è dentro e vivo in quel mio piccolo mondo che mi sono creata: per esempio nel fine settimana non esco mai dalla cella, neanche l’ora d’aria. Mi vergogno dicendo così ma socializzo poco con le altre”.

M. è una di quelle persone che, nonostante le difficoltà, ha scelto di cambiare, di riscattarsi. È riuscita a ritagliarsi un suo modo di condurre il percorso di giustizia ripartiva. Ha vissuto l’isolamento, la solitudine, il dolore, il senso di colpa, il maltrattamento, la rabbia, lo sconforto; ha visto la cattiveria, i problemi, le situazioni negative che si creano in un carcere e si è fatta una sua opinione in merito. Con pazienza e forza ha trovato numerose attività in cui impegnarsi, grazie alle quali ha dato forma a un tempo informe, immobile. Ormai al termine della sua pena appare come una donna maturata, pronta ad affrontare la vita in modo diverso.

Mi mostra le sue ultime creazioni e mi ricorda quanto questo lavoro sia stato importante per lei e lo possa essere per tante altre detenute ancora, perché un lavoro in carcere ti salva la vita. Continua a raccontarmi con affetto delle persone che l’hanno aiutata, le hanno permesso di uscire fuori per lavorare, l’hanno ascoltata e le hanno insegnato tante cose. La coordinatrice di Gomito a Gomito sorride e si commuove.

Prima di andarmene chiedo a M. cosa si porta a casa da questa esperienza e da questo Paese, di cui lei ha conosciuto quasi solo il carcere.

… “Dall’Italia mi porto una bella esperienza, la sartoria, un piacere e una nuova passione – il cucito -, poi cultura, una nuova lingua, un po’ di geografia, … Ti dico, sarebbe bello che questa intervista desse più luce e servisse a cambiare il mondo del carcere, perché ce n’è bisogno”.

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