Violenza contro le donne: la gestione del fenomeno nel nostro territorio.

Intervista ad Angela Romanin, la Presidente del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna

Violenza contro le donne è qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata
Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993

La violenza contro le donne basata sul genere è fenomeno strutturale e diffuso che assume molteplici forme più o meno gravi: dalla violenza fisica a quella sessuale, dalla violenza psicologica a quella economica, dagli atti persecutori come lo stalking fino alla eliminazione stessa della donna.
Istat

Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana del dittatore Trujillo, le tre sorelle attiviste Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. I loro corpi vennero gettati in un burrone e venne simulato un incidente. La data di questo crimine,  emblematico della violenza perpetrata sul genere femminile, è stata scelta per celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Onu con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999.

La Giornata da allora rappresenta un modo, un tempo e uno spazio dedicati ad innalzare il livello di sensibilizzazione, informazione, formazione e attivazione della cittadinanza mondiale su questo tema che è segno di una grave violazione dei diritti umani e che, partendo dalle piccole discriminazioni di genere fino ad arrivare ai crimini più efferati, colpisce la metà della popolazione.

In occasione della Giornata IstatOsservatorio regionale contro la violenza di genere hanno pubblicato dati sul fenomeno a livello nazionale e locale. La lettura di questi report lancia l’interesse ad esplorare ciò che accade nel nostro territorio e come viene gestito il fenomeno in Emilia-Romagna, in particolare nella Città metropolitana di Bologna.
Per questo abbiamo intervistato Angela Romanin, la presidente del Coordinamento dei centri antiviolenza (Cav)  dell’Emilia-Romagna.

Il Centro antiviolenza bolognese de La Casa delle Donne – che è uno dei 6 presenti nel territorio metropolitano – accoglie oltre 800 richieste d’aiuto l’anno, segnando un trend in costante lieve crescita. Quasi 2/3 delle donne iniziano poi un percorso di aiuto e di fuoriuscita dalla violenza. Di queste 1/3 sono straniere, 2/3 italiane.

Tendenzialmente il lunedì è una delle giornate in cui riceviamo più telefonate. E questo perché è appena passato il week-end. Spesso infatti nel fine settimana si trascorre più tempo a casa e si realizzano più episodi di violenza. Ciò significa ancora una volta che la violenza è intenzionale, non è un raptus, è piuttosto dovuta alla scelta personale di agirla.

Le donne che ci contattano sono donne che hanno bisogno di tanti supporti. Prima di tutto essere credute. Essere comprese nell’ambito della situazione spesso molto drammatica che stanno vivendo. Sono donne che hanno anche bisogno di chiarirsi le idee, perché tutti dicono loro che cosa devono fare, esattamente come fa il maltrattante. ‘Non devi fare questo, non devi  fare quello’, molti dicono ‘denuncialo’, altri dicono ‘separati’, ma non si rendono conto che denunciare o separarsi possa essere un elemento di rischio maggiore nella situazione in cui si trova la donna in quel momento, se non vengono messe in atto una serie di misure di protezione e soprattutto un piano coordinato di supporto.

Le varie misure di protezione vanno inserite all’interno di un percorso che va dall’individuazione della violenza, alla valutazione del rischio, fino alla gestione dello stesso.

Molte donne che chiedono aiuto lo fanno anche per i loro figli, vittime di violenza subita direttamente e/o assistita. Bisogna sapere che la violenza assistita produce danni molto gravi, a volte più gravi di quella subita direttamente. Sono effetti a lungo termine. I traumi agiscono sui bambini e le persone di minore età a lungo termine e sono un fattore predisponente l’agire la violenza se si tratta di maschi, o subire la violenza se si tratta di femmine. Questo non vuol dire che tutti coloro che hanno subito violenza assistita diventeranno a loro volta maltrattanti o maltrattate, non è un destino, però è un fattore di rischio.

 Il Cav nel momento in cui riceve la richiesta di aiuto mette in atto un vero e proprio piano di gestione del rischio che può implicare vari attori della rete territoriale antiviolenza, quali i servizi sociali, le forze dell’ordine, i tribunali, l’avvocato, i supporti per i bambini, l’ospitalità nelle case rifugio, il sostegno psicologico, la ricerca del lavoro e tante altre cose. Ciò che emerge con forza dalle parole di Romanin è la necessità di lavorare in maniera integrata e con un approccio sistemico alla gestione del fenomeno. A fare la differenza nel successo del percorso di fuoriuscita dalla violenza sono la forza della rete, la tempestività, la capacità di coordinamento tra i diversi soggetti implicati nel processo, la sensibilità e la formazione di tutti gli operatori.

La risposta da parte dei diversi soggetti territoriali coinvolti in questo sistema di supporto alle vittime di violenza è abbastanza buona qui in Città. Un elemento davvero utile alle donne che corrono un grave rischio è l’applicazione e la concessione dell’Ordine di protezione da parte della magistratura e funziona abbastanza bene a Bologna. Può essere dato ‘inaudita altera parte’, cioè senza che l’altro venga ascoltato, e nel giro di 48 ore a volte, quindi in tempi brevissimi. Comporta l’allontanamento immediato del partner da casa, con il divieto di avvicinamento alla donna e ai figli nei luoghi abitualmente frequentati, eventualmente con l’istaurarsi di visite protette presso i servizi sociali. Questo perché spesso, quando la donna fugge e mette in protezione se stessa e i figli, l’uomo utilizza le visite con i figli per perpetrare la violenza ed estorcere da loro informazioni sul luogo di rifugio e così via.  

La norma da sola però non basta. E lo dimostra il femminicidio di Atika Gharib della scorsa estate. La situazione era pericolosissima. In pieno agosto, velocissimamente, era stato emesso l’Ordine di protezione nei suoi confronti. La magistratura si era mossa bene. Poi però qualcosa a livello di comunicazione tra le parti del sistema non ha funzionato,  lui non è stato fermato, è arrivato ad ucciderla.

Riflettere sugli aspetti problematici del sistema con l’obiettivo di correggerli è fondamentale per prevenire che si ripetano episodi del genere. 

Il Comune di Bologna si è fatto promotore di una iniziativa importate: mettere in rete tutte le agenzie chiave che intervengono sulla violenza. Questo è l’approccio giusto. Vedersi, vedere come anche singole procedure di un singolo servizio possano essere molto positive per innalzare la protezione oppure, al contrario, possano essere molto lesive della salute della donna. E agire di conseguenza, insieme.

Il femminicidio di Atika Gharib nel bolognese, come quello di Adriana Signorelli nel milanese sono indice di un sistema che a livello nazionale, nonostante i numerosi passi avanti fatti negli ultimi anni, deve ancora migliorare e, soprattutto deve imparare a guardare oltre l’approccio puramente normativo. Il Codice rosso ad esempio ha prodotto una forte accelerazione sulle indagini. Questo è positivo se applicato in un’ottica di gestione integrata del fenomeno; al contrario può essere destabilizzante se, come troppo spesso accade, non è accompagnato da altri provvedimenti e servizi collaterali di protezione. In primis, spiega Romanin, è importante l’integrazione tra le norme dei tribunali penale, civile e per le persone di minore età. Perché capita che le tre istituzioni viaggino per conto loro. Può accadere che il Tribunale civile disponga delle cose completamente in contrasto con gli aspetti penali che pure sono andati avanti e così via.

Il racconto prosegue e la Presidente del Coordinamento regionale dei Cav traccia il quadro di un territorio che si sta muovendo per superare i difetti del sistema lavorando in maniera sinergica. Nel panorama nazionale infatti l’Emilia-Romagna è un’eccellenza per le politiche di contrasto alla violenza di genere, perché da tempo si cura del tema non solo dal punto di vista normativo, ma anche economico e culturale, con la consapevolezza che si tratta di una emergenza sociale della comunità tutta.

La Regione ha sempre sostenuto l’ottica dei centri anti violenza, li ha finanziati dove non c’erano all’inizio. E questa giunta ha emanato due disposizioni importanti che erano state richieste dai Centri. Una è la Legge quadro sulla parità, quindi un sistema integrato che vede i diritti delle donne in un sistema complessivo. Perché la violenza è generata da disparità di potere che un genere opera su un altro. Quindi bisogna parlare anche delle disparità, del gap di genere che c’è sul lavoro, nella comunicazione e quant’altro. In questa legge si incardina il Piano regionale contro la violenza che ora è in scadenza. È durato 3 anni, la Regione lo ha finanziato con 1.000.000 di euro all’anno – che non è poco. 

Anzi, per noi è fondamentale perché purtroppo i nostri centri hanno sempre difficoltà economiche. I fondi nazionali arrivano con anni di ritardo e le nostre associazioni si trovano a dover anticipare dei servizi che poi verranno coperti finanziariamente negli anni successivi. Abbiamo anche dei finanziamenti comunali e della Città metropolitana. Però, se non avessimo le donazioni private e quelle che provengono dal 5 per mille, non avremmo la possibilità di gestire le case rifugio e tutte le diverse attività del centro antiviolenza che è il cuore del nostro intervento.

Oltre all’accoglienza e l’aiuto delle donne vittime di violenza, le associazioni che gestiscono i Cav fanno un intenso lavoro di ricerca, monitoraggio, informazione e sensibilizzazione sul tema.

Tutte le azioni culturali che vengono messe in campo hanno generalmente molteplici effetti positivi. Innalzano il livello d’attenzione sul fenomeno, generano consapevolezza e conoscenza; stimolano le vittime a denunciare, il mondo della politica a reagire con normative più stringenti (laddove non remi contro).

La Convenzione di Istanbul – norma sovranazionale che l’Italia ha ratificato nel 2013. Il Decreto femminicidio dello stesso anno, il Codice rosso della scora estate, le indagini Istat e di altri organismi, l’interesse che ogni anno – sempre di più – nei mesi di novembre e dicembre i media riservano al tema della violenza di genere sono passi importanti.
Le donne si sentono più legittimate a parlare, a raccontare, iniziano a sentire che non è colpa loro, che succede a tante, quindi chiamano di più, si attivano. Anche molti uomini si espongono per contrastare la violenza contro le donne.

Crescono dunque l’interesse e la partecipazione dalla parte della società civile che sempre più spesso chiede di entrare in relazione con il centro antiviolenza, di dare un contributo, nella sensibilizzazione, nella raccolta fondi, facendo volontariato. Ragazze, donne, uomini, insegnanti, associazioni, aziende.

C’è ancora davvero molto da fare, ma il sentiero è tracciato.

 

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